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Mare amaro

Va in scena al Theater in der Alstadt di Merano il nuovo spettacolo della compagnia ControTempo Teatro, tratto dal romanzo di Verga "I Malavoglia".
mareamaro
Foto: TidA

I Malavoglia è un romanzo arcinoto della letteratura italiana. Se non altro tutti lo abbiamo sentito nominare e forse studiato a scuola. Probabilmente non molti lo hanno letto.
La compagnia ControTempo Teatro invece lo ha letto senz'altro e studiato con passione, come ha fatto con altri classici della letteratura e del teatro, e ne ha tratto uno spettacolo che riduce la coralità e la complessità del romanzo all'osso: due attrici e pochi espedienti scenici.

Lo spettacolo dal titolo Mare amaro, va in scena giovedì 21 aprile alle ore 20:30 al Theater in der Altstadt di Merano e vedrà protagoniste Flora Sarrubbo e Diletta la Rosa, impegnate anche nella scrittura del testo e nella regia.

Sarrubbo e La Rosa sono membri fondatori di ControTempo Teatro, una compagnia che si occupa di teatro da molte prospettive diverse, rivolgendosi con workshop e laboratori sia ai dilettanti che a chi già nel teatro ci naviga, e naturalmente producendo spettacoli che sono frutto del loro lavoro e mirano a strappare un momento alla quotidianità dell'esistenza per "raccontare e raccontarci che viviamo e non ci limitiamo a sopravvivere".

 

 

Flora Sarubbo e Diletta La Rosa ci hanno raccontato questa loro nuova produzione e cosa significhi vivere di teatro in Alto Adige.

 

Salto.bz: La vostra compagnia lavora reinventando i classici del teatro e della letteratura. In questo caso come avete reinventato i Malavoglia?

Il lavoro sui Malavoglia nasce prima di tutto da un’approfondita lettura del grande romanzo, una lettura diremo “teatrale” ad alta voce, per entrare nelle parole dei protagonisti e della narrazione stessa. Abbiamo poi dovuto operare una scelta sulla storia da raccontare, prediligendo la linea narrativa principale, che è poi quella legata alla famiglia Malavoglia. Gli intrecci della nostra drammaturgia sono legati alle vicende narrate all’interno del libro, ma naturalmente ricomposte nell’ottica di una logica scenica della durata di un’ora di spettacolo, e alle parole di Verga, che non sono state cambiate.

 

 

 

Come avete lavorato per rendere la coralità della narrazione? Sul palco siete solo in due.

Lo spettacolo è caratterizzato da una sequenza di scambi ritmici di personaggi; l’alternarsi di posture, voci e parole vengono poi accompagnate in diversi punti da registrazioni, che restituiscono al pubblico la coralità del paese di Aci Trezza. L’audio del lavoro è stato curato da Joe Chiericati, che è anche in scena con noi e che completa la drammaturgia dello spettacolo con le sue musiche.

 

C'è qualcosa che trovate attuale in quest'opera di Verga? Cosa pensate della sua visione della condizione umana?

Come sempre nei grandi romanzi, si ha la sensazione che essi siano stati scritti per ogni epoca. In particolare crediamo che il tema del lavoro, sia più che mai oggi attuale; il lavoro inteso come necessità, riscatto sociale e contemporaneamente condanna. Lo scontro generazionale - in parte legato anche al tema del lavoro - è un altro grande punto di riflessione. La spinta al riscatto del ragazzo giovane che cerca nel superamento dei limiti la propria storia - il limite inteso come confine del piccolo mondo al quale appartiene - è una condizione insita nell’uomo, che cerca sempre il meglio per sé stesso. Da qui si apre il tema dell’emigrazione. Su tutto grava però il destino, ci dice Verga, la “mala sorte infame” che poteva anche chiamarsi "il mare", come per i migranti oggi.

 

 

 

Chi sono secondo voi i "vinti" del nostro tempo?

I vinti oggi sono gli ultimi. Anche oggi se non hai, non sei. E non avere è morire un po’ ogni giorno. Quelli che arrivano sulle nostre coste e ai nostri confini cercano di non morire. Gli ultimi sono le vittime di un sistema economico che mai come oggi ha prodotto tanta ricchezza e mai come oggi si è rivelato assolutamente incapace di distribuirla in maniera equa, come abbiamo scritto nella nostra ultima produzione teatrale "Che razza di Cabaret".

 

Com'è il mondo del teatro a Bolzano (e d'intorni) al di fuori delle grandi istituzioni? C'è spazio, e soprattutto pubblico, per le piccole compagnie o progetti come il vostro?

Come spesso abbiamo sottolineato, il mondo al di fuori delle grandi istituzioni in Italia è difficile, spesso ostile e poco attento, al di là della questione pandemica. Mancano spazi per provare, mancano sostegni che non siano legati ai bandi, manca un’abitudine (in provincia di Bolzano) a pagare la cultura e ciò costringe quindi noi artisti ad essere dipendenti dal contributo pubblico. Ma noi non ci fermiamo e nel nostro percorso per fortuna incontriamo realtà significative del territorio come il Theater in der Altstadt che nell’ospitarci non acquista solo uno spettacolo, ma apre una porta ad un incontro e chissà ad una futura collaborazione.