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Convegno

Quale il futuro dell’edilizia sociale?

Un convegno di unibz cerca di capire come si svilupperanno nei prossimi decenni in Europa le politiche volte a garantire un alloggio non solo alle fasce più deboli ma anche al ceto medio.
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Dal 19 al 21 aprile nel campus di unibz a Bolzano si tiene la conferenza Social housing in contemporary Europe, un forum di discussione sul Social Housing con la partecipazione di numerosi esperti europei. Nel corso dei lavori vengono messi a  confronto i modelli di intervento nazionali e locali e le possibili soluzioni al problema abitativo, alla luce del progetto di ricerca RESHAPE (Redesigning Social Housing against Poverty in Europe) promosso dalla Facoltà di Economia e coordinato dai docenti Dmitri Boreiko e Teresio Poggio. A quest’ultimo abbiamo rivolto alcune domande, per inquadrare meglio la tematica.

 

Il convegno di unibz ha lo scopo di far incontrare tra loro quaranta esperti in materia di edilizia sociale e politica per la casa, provenienti da 14 diversi paesi. Quali sono i principali modelli di intervento in Europa?

In Europa si possono incontrare diverse soluzioni. Ma va ricordato che in Italia solo il 4-5% delle abitazioni sono situate di fatto nel settore dell’edilizia sociale, mentre in Olanda ad esempio si arriva al 30% e in Gran Bretagna al 20%. Uno degli scopi del nostro convegno in ogni caso è di discutere in merito a quanto avviene in paesi dove la politica legata all’edilizia sociale è ancora poco studiata. Sto parlando di alcuni paesi del sud e dell’est Europa, ma in parte anche del sud Italia.

 

Durante il vostro convegno vi occupate anche degli effetti che ha avuto la recente crisi economica sul sistema complessivo dell’edilizia sociale.

La crisi ha colpito sia le famiglie che le istituzioni pubbliche, naturalmente. Le province di Bolzano e Trento in questo senso sono fortunate, avendo più ammortizzatori che altrove. Ma nel resto d’Italia la situazione è molto più delicata: gli sfratti per morosità hanno ormai raggiunto la quota di 50mila all’anno e ci sono molte famiglie che fanno anche fatica a pagare il mutuo perché sovraindebitate.

 

D’altronde in Italia l’obiettivo della casa in proprietà resta ancora un dogma.

Sì. Da una parte questa cosa ha senso perché con l’affitto si dice che ’si buttano via i soldi’. Ma da un’altra parte le famiglie oggi tendono ad indebitarsi oltre misura. E non è solo un problema della fascia più povera della società. Il fenomeno oggi tende a colpire anche le famiglie con meno problemi dove oggi basta la perdita del lavoro da parte di uno dei due partner per creare una situazione di forte disagio.

 

in Europa la crisi ha messo in difficoltà anche gli stati e la loro propensione a sostenere le famiglie per quanto riguarda le soluzioni abitative.

E’ proprio così e va anche osservato come in Europa i paesi più colpiti dalla crisi siano anche quelli che hanno meno edilizia sociale. Insomma: al di là della crisi il discorso andrebbe affrontato a monte, in un’ottica di sostenibilità dell’edilizia sociale. In Italia questo settore ancora oggi viene visto un po’ separato dalle politiche sociali e più attinente all’urbanistica. Mentre invece andrebbe considerato nell’insieme delle politiche sociali. A ben vedere si tratta infatti di un settore di intervento sociale che ha dei costi altissimi. La cura dei non autosufficienti e l’assegno per il sostegno del reddito infatti hanno alti costi, ma di per sé incomparabilmente più bassi rispetto al prezzo di un appartamento da affidare ad una famiglia. Insomma: c’è bisogno di un nuovo modello di sostegno dell’edilizia sociale. Per tutti i paesi, per quelli che fanno più fatica ma anche per quelli che ne fanno di meno.

 

Qual è la situazione attualmente in Italia?

Nel nostro paese al momento abbiamo tre tipologie di intervento per edilizia sociale.

Il primo è quello tradizionale dell’edilizia residenziale popolare e pubblica (rappresentata a Bolzano dall’IPES a Bolzano, di per sé un’isola felice in Italia quanto a risorse e capacità gestionale). Nel resto d’Italia il problema è rappresentato sia dal sistema di finanziamento che dalle liste d’attesa. Nel nostro territorio nazionale  nazionale si parla ormai di 650mila famiglie che avrebbero i requisiti per accedere ad una casa popolare. A fronte di un patrimonio nazionale complessivo di alloggi popolari pari a 700/800 unità.

Il secondo settore fa riferimento al cosiddetto ‘piano casa’ varato da Berlusconi nel 2008. In sostanza è stato istituito un sistema di fondi pubblici e privati orientato a quella che noi chiamiamo fascia grigia. Ovvero quelle famiglie che non sono abbastanza povere per stare nelle cose popolari, ma non sono neanche così ricche da essere in grado di affrontare il mercato.

Il terzo settore è collegato al no profit ed al nuovo fenomeno dell’immigrazione in Italia. Si tratta di soluzioni a metà strada tra l’intervento tradizionale caritativo e l’edilizia pubblica, che vengono messe in atto da cooperative, sindacati o enti vari d’ispirazione cattolica. Normalmente vanno dall’intermediazione per facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di alloggio, all’investimento vero e proprio (acquisto, per poi affittare con finalità sociali).

Va tenuto conto che poi, per quanto riguarda l’immigrazione, non vi è solo il problema di reperire gli alloggi ma anche di fare in modo che le nuove famiglie arrivate si possano integrare evitando di essere ghettizzate. Oggi come oggi in Italia ci sono molte esperienze interessanti in questo senso.

 

Nel futuro cosa si potrà fare?

Le due linee di intervento pubblico per le famiglie meno abbienti e per il ceto medio spesso non sono coordinate. E quindi in questo senso senz’altro si potrebbe intervenire, alla luce di un unico progetto di fondo, di una visione strategica che si può senz’altro elaborare. Per fare un esempio: le famiglie che ad un certo punto arrivano allo sfratto potrebbero essere aiutate prima che questo avvenga.

In Italia poi si continua a dare per scontato che avere la casa in proprietà sia la soluzione ideale. Mentre invece occorrerebbe invece oggi entrare nell’ottica che far indebitare le famiglie diventa sempre di più un problema. Nell’acquisto della casa come sappiamo oggi conta molto l’aiuto della famiglia d’origine, ma non tutti i giovani possono farci conto. Nel campo d’affitto allora tra i 100/150 euro al mese dell’edilizia sociale e i 700/800 del mercato privato occorrerebbe promuovere una via di mezzo, in qualche modo accessibile sia ai single che alle famiglie più giovani.

 

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