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OGM, che c'è di nuovo?

Il dibattito su salute e organismi genetificamente modificati non può prescindere dal tema della sovranità alimentare. Come dimostrano le mucche dell'Alto Adige.
Mucche
Foto: Pixabay

È dal 2001 che l'alimentazione delle mucche allevate in provincia di Bolzano, il cui latte (ma anche lo yogurt o il formaggio) vuole fregiarsi del “Marchio di qualità Südtirol/Alto Adige”, non può essere integrata con mangimi che contengano Ogm.

La scelta, descritta in un disciplinare di qualità adottato dalla Federazione Latterie Alto Adige, nasce da due considerazioni: in alta montagna, l'alimentazione principale delle mucche da latte è ancora il foraggio, e in ogni caso il prodotto delle piccole e medie stalle delle vallate altoatesine non potrà mai competere, sul fronte del prezzo, con quello delle stalle intensive della Pianura Padana. Meglio, quindi, puntare sulla qualità, che garantisce anche prezzi più alti di conferimento alle cooperative che si occupano della trasformazione.

Il "no" agli organismi geneticamente modificati (OGM), quindi, nasce per difendere e tutelare un modello produttivo, quello estensivo, che permette anche di "disegnare" e tenere pulite le vallate. Chi lo sa, e pensiamo ad esempio agli allevatori della Val d'Ultimo, probabilmente non sarà in alcun modo affascinato né influenzato dagli articoli che la stampa sta dedicando alla "ricerca" della Scuola Sant'Anna dell'Università di Pisa, "Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data" (disponibile qui), che dimostrerebbe che "il mais transgenico ha rese superiori e non comporta maggiori rischi per la salute umana, animale e ambientale".

La questione Ogm chiama in causa, oggi come ieri, la sovranità alimentare nel senso più ampio, la libertà di scegliere ciò che coltiviamo. È una questione di democrazia, rispetto alla quale non è mai lecito pretendere dalla scienza le risposte che spettano alla politica

Lo fa a partire da una meta-analisi a partire da 11.699 osservazioni che riguardano le produzioni di mais (uno tra i tanti OGM, non l'unico), la qualità della granella (incluso il contenuto in micotossine), l’effetto sugli insetti target e non-target, i cicli biogeochimici come contenuto di lignina negli stocchi e nelle foglie, perdite di peso della biomassa, emissione di CO2 dal suolo. La ricerca, cioè, passa in rassegna tutta la letteratura scientifica finora prodotta, sistematizzandone i risultati.

E se è verò che non può essere provato che gli OGM facciano male alla salute, lo è anche che questo è un falso problema, almeno secondo Gaetano Pascale, presidente di Slow Food: "La questione Ogm chiama in causa, oggi come ieri, la sovranità alimentare nel senso più ampio, la libertà di scegliere ciò che coltiviamo. È una questione di democrazia, rispetto alla quale non è mai lecito pretendere dalla scienza le risposte che spettano alla politica. Come nel caso dell’olio di palma, appiattire il dibattito sul ritornello 'fa male/non fa male' serve soltanto a guadagnare le prime pagine. E a zittire le voci in dissenso, confinandole nel ghetto dell’antiscientificità" scrive il presidente dell'associazione fondata da Carlin Petrini.

Che aggiunge: "Così facendo si eludono i veri nodi irrisolti, quelli che non riguardano i singoli Ogm ma ciò di cui sono portatori. Cioè un modello piegato alle esigenze dell’agroindustria, dove ai contadini si impone di rinunciare a ogni controllo sul proprio lavoro, dalla semina al contrasto delle erbe infestanti". Un modello, quello agrindustriale, cui i pascoli e le stalle dell'Alto Adige non possono piegarsi. Perché finirebbero, necessariamente, fuori mercato.