Kultur | L'incontro

Soyinka, l'incorreggibile mitografo

Bolzano ha ricevuto con entusiasmo la visita del Nobel Wole Soyinka, appassionato testimone del risveglio civile del continente africano.
soyinka_1.jpg
Foto: Foto di Gabriele Di Luca

Per raccontare i tre giorni bolzanini del Premio Nobel nigeriano per la letteratura Wole Soyinka ricorriamo all'incipit di un vecchio saggio (scritto negli anni Sessanta) di Ryszard Kapuściński intitolato “A proposito della rivoluzione africana” e contenuto nel volume “Se tutta l'Africa”: “L'Africa entra nell'arena internazionale come forza politica attiva a partire dagli anni cinquanta”. Molta dell'opera di Soyinka (dispiegata tra il genere teatrale, narrativo, poetico e saggistico) è costruita a partire da questo evento epocale e ne fornisce un commento appassionato dall'interno, materiato cioè dalle contraddizioni – assai dolorose – che hanno accompagnato il lungo processo di decolonializzazione e autonomizzazione (quest'ultimo tratto ancora largamente incompiuto). Un guado immenso, del quale anche la nostra marginale realtà sta da poco facendo esperienza, peraltro ancora attardata in una patetica incapacità di rapportarsi alla grandiosità del fenomeno, che infatti è perlopiù confinato, ma potremmo dire senz'altro strozzato, nel dibattito sulla sicurezza e la difesa di un'identità ingenuamente naturalizzata.

Introducendo l'incontro principale con lo scrittore – avvenuto nel tardo pomeriggio di lunedì in una gremitissima aula magna della LUB – Francesco Comina (Centro Pace) ha detto giustamente che la visita di Soyinka corrisponde al tentativo di “aprire questa città alle correnti internazionali della cultura”. Poche ore prima, ricevendolo nella sala della giunta comunale, era stato il sindaco Renzo Caramaschi a parlare invece del suo personale orgoglio nel poter stringere la mano a chi porta “il segno della civiltà dell'uomo in tempi così spesso macchiati dalla stupidità e dalla violenza”. La statura del personaggio è parsa quindi evidente a tutti, allorché sono stati via via toccati i tanti aspetti di una riflessione pacata e autorevole, capace di intrecciare la vicenda individuale al destino di interi popoli e continenti, come solo la letteratura è peraltro in grado di fare.

Moderato dalle domande di Raffaello Zordan, redattore della rivista Nigrizia, lo scrittore nigeriano (dalla bella voce baritonale) ha parlato del suo rapporto con la mitologia Yoruba (“mi sento un incorreggibile mitografo”), dei lunghi mesi della prigionia dovuta a un semplice reato d'opinione e raccontata nel libro “L'uomo è morto” (“scrivevo sulla carta delle sigarette, sulla carta igienica, in carcere, per sopravvivere, ho rivalutato persino la matematica, materia che avevo sempre odiato”), del particolare stile che contrassegna molte delle sue opere (“potrei definire la mia scrittura di tipo impressionistico, cerco cioè di tradurre le impressioni lasciate su di me dal fluido trapassare degli eventi”) e ovviamente anche delle urticanti problematiche legate al contesto geopolitico africano e alla massiccia emigrazione che spopola il continente nero, mentre propone a noi, residenti nella terra di approdo, sollecitazioni in gran parte destabilizzanti. A questo proposito il messaggio non avrebbe potuto essere più chiaro. “Le popolazioni africane – ha affermato Soyinka – portano il fardello di un colonialismo esterno basato quasi esclusivamente sullo sfruttamento, ma anche su un altro tipo di colonialismo, che potremmo chiamare interno, dovuto all'incapacità di gestire la transizione verso assetti realmente democratici. Anche quando parliamo della xenofobia europea nei confronti dei neri, non dobbiamo scordarci fenomeni di natura xenofoba esistenti negli stessi stati africani, fenomeni che hanno dunque portato a sanguinose guerre civili e massacri, causando il desiderio di fuga e il bisogno di trovare fortuna lontano da una casa ormai distrutta”. Ma non sono solo le guerre o la necessità economica a spiegarci un fenomeno così complesso come le migrazioni alle quali stiamo assistendo. Riportando l'analisi a un'altezza antropologica elementare, quindi universale, Soyinka ha infatti accennato alla semplice curiosità che induce gli abitanti di un luogo a muoversi verso destinazioni lontane: “la storia dell'umanità, del resto, si è sempre dipanata nel solco di impulsi migratori”.

Quando gli è stata chiesta una ricetta per risolvere il dramma di un'emigrazione che sta causando migliaia di vittime, Soyinka ha poi sfoggiato un pragmatismo disarmante: “Non possiedo una ricetta infallibile, valida in ogni circostanza, perché una ricetta in questo senso non si può trovare e le circostanze sono molte. Credo che dovremmo in primo luogo cercare soluzioni in comune, nell'interesse di chi parte e di chi accoglie, ma l'obiettivo non può certo coincidere con la soddisfazione di esigenze contingenti o d'emergenza. Si tratta infatti di creare le condizioni di possibilità affinché non vi siano più motivazioni stringenti che portano a una emigrazione disperata e priva di futuro. I popoli africani hanno bisogno di trovare ragioni sufficienti per non abbandonare i loro luoghi d'origine, e questo è certamente fattibile se la relazione con gli altri popoli, soprattutto quelli del ricco Occidente, sarà modellata da scambi alla pari, improntati all'equità commerciale e alla solidarietà politica. Non è ammissibile che il rispetto dei diritti civili sia garantito solo in una parte del mondo, mentre altrove domina ancora il disprezzo per la vita di milioni di persone”.

Alla fine è stato evocato il progetto che sarà realizzato l'anno prossimo, in collaborazione con il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando: allestire un'imbarcazione, una nave, anzi una specie di “città galleggiante” che parta dal capoluogo siciliano e, solcando il Mediterraneo, tocchi varie città africane in una sorta di viaggio al contrario sulle rotte dei migranti. “Ci piacerebbe simbolizzare la possibilità del ritorno per chi è partito, ma anche richiamare alla responsabilità i governanti europei e africani di fronte a questo spreco di vite che continuamente vediamo”. Una barca fatta di memoria e di arte, dunque, una barca mitologica per unire popoli e continenti ancora divisi.