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Salto Gespräch

“In questo Paese manca il coraggio”

L’attore e drammaturgo Moni Ovadia sulla deriva culturale italiana, la propaganda isolazionista di Salvini, la corruzione dilagante e la sinistra colpevolmente assopita.
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“Io sono per alzare il tiro delle battaglie democratiche. Bisogna cominciare a riempire le piazze. A milioni”. Agire, subito. È questo il richiamo di Moni Ovadia - attore, drammaturgo, scrittore ebreo e fervente sostenitore dei diritti della Palestina - alla sinistra in primis, per raddrizzare la curva di questa tonitruante stagione politica appena iniziata. Per osteggiare l’ideologia del disprezzo e non dedicarsi progressivamente all’acquiescenza è dalla cultura che bisogna ripartire. Bussola alla mano.

 

salto.bz: Ovadia, non le pare che nel contratto di governo Lega-M5s la cultura sia stata relegata nelle ultime file?

Moni Ovadia: Il tema della cultura è il grande assente nell’agenda dei politici italiani, e non solo di quella del governo attuale. Ed è grave perché ogni vero, grande, progresso passa per un cambiamento culturale. Per determinare la qualità di vita di un paese un investimento nella cultura in tutte le sue forme, compresa la formazione, è fondamentale. Non mi stupisce, tuttavia, che esista questa lacuna, è un deficit che riguarda tutta la classe politica italiana, tranne rare eccezioni degne di rispetto. In prevalenza la cultura viene usata, nel migliore dei casi, solo come fiore all’occhiello. Io non so cosa farà questo governo in proposito ma la politica dovrebbe essere esclusa da qualsiasi decisione che riguarda la cultura, dovrebbe investire dopodiché buttare fuori i padrinati politici, perché è evidente che tutto, di norma, viene fatto per interessi di fazioni o di casta. Dunque la prima cosa da fare è mettere la cultura nelle mani di chi se ne occupa per mestiere, a tutti i livelli. 

Non è una chimera, questa?

Non lo credo. Prendiamo la Germania: nel consiglio di amministrazione della televisione pubblica i politici sono in netta minoranza. La politica deve trovare risorse, scegliere a chi destinare questi soldi e a quali aree del settore. Ribadisco: la cultura non può essere gestita da gente che non ne sa nulla. 

 

Ovadia, Moni

Moni Ovadia nello spettacolo teatrale "Creatura di sabbia", 1991. Foto: Maurizio Buscarino

 

Intanto l’intenzione del ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli è quella di togliere il bonus cultura ai diciottenni, lei che ne dice?

La logica dei bonus, questo sistema delle elargizioni calate dall’alto, non mi piace granché. 

Cosa consiglia, allora?

Bisogna rendere la cultura fruibile, far sì che vi si possa accedere con prezzi popolari, prevedere agevolazioni. E poi fare in modo che gli investimenti arrivino alla cultura e non agli amici degli amici, ai parenti.

La differenza di condizione di un paese sul piano dei valori, dei sentimenti condivisi, dipende proprio dalla cultura e dall’educazione che in Italia sono state massacrate.

A seguire un atteggiamento di fermezza di fronte alla lotta alla corruzione.

Se in Italia non si costruiscono dei meccanismi politici che espellano una volta per tutte la corruzione in ogni sua forma (intesa quindi anche come favoritismi) dalla cultura e non solo, naturalmente, allora non si risolve nulla. Le forme corruttive esistenti sono devastanti per questo paese, impediscono ai migliori di emergere e dà credibilità ai mediocri. Se poi a questo aggiungiamo l’evasione fiscale, che ci costa miliardi di euro, e la piaga della malavita organizzata facciamo l’en plein. Il punto è che finché si chiacchiera demagogicamente e approssimativamente non si contrasta, realmente, la corruzione e non si impedisce alle mafie di abbeverarsi alla fonte del denaro pubblico.

Questo approccio populista è il riverbero della deriva culturale del Paese?

La differenza di condizione di un paese sul piano dei valori, dei sentimenti condivisi, dipende proprio dalla cultura e dall’educazione che in Italia sono state massacrate. La Costituzione repubblicana, nessuno la conosce. Limitiamoci al minimo, prendiamo il primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo significa che in Italia è sovrana la Costituzione, neanche il popolo. Perché anche la volontà popolare si deve esercitare, come detto, nelle forme e nei limiti della Costituzione e se questo documento è cogente al punto di poter rimuovere una legge anticostituzionale allora dovrebbe essere conosciuto a menadito da ogni cittadino. Almeno nella sua prima parte, almeno i primi 50 articoli, come per esempio quello sull’uguaglianza, quello sul divieto di discriminazione, sul fatto che chi non trova condizioni di esistenza degne di una vita civile, può venire a chiederle nel nostro Paese. Quanti sanno che il governo non può fare quello che vuole? Che non può violare la Costituzione? La Costituzione è la legge che determina l’accettazione di tutte le altre leggi, bisognerebbe che tutti lo sapessero e invece non è così. Quanti per esempio sanno che in Italia l’impresa è libera ma che ha responsabilità sociale (articoli 41 e 42)? Che si è liberi di fare un’impresa ma che non si è liberi di andare contro la Costituzione? Che si può mettere su un’impresa ma che poi non si può licenziare indiscriminatamente la gente, perché si ha una responsabilità sociale? L’ignoranza regna sovrana.

 Non ho mai fatto riferimento alle scritte sui muri dei cessi pubblici maschili per formare la mia cultura, pertanto non lo faccio nemmeno sui social network che, fatte le debite eccezioni, sono cloache mediatiche.

L’imbarbarimento del linguaggio sui social network ne è il paradigma più eclatante?

La democrazia ha nel rispetto dell’altro uno dei suoi pilastri. Se scrivo la mia opinione su un social network uno poi non ha il diritto di dirmi “fai schifo, dovresti morire”, dovrebbe argomentare il motivo per cui non è d’accordo con me, ma i social sono diventati i luoghi degli insulti, e infatti io non li frequento. Non ho mai fatto riferimento alle scritte sui muri dei cessi pubblici maschili per formare la mia cultura, pertanto non lo faccio nemmeno sui social network che, fatte le debite eccezioni, sono cloache mediatiche. Per difendere i diritti dei palestinesi sono stato attaccato ferocemente, io ascolto chiunque voglia discutere ma se si scade nell’insulto allora non mi interessa dialogare. Dante ha detto tutto quello che c’era da dire su questo tipo di umanità, “non ti curar di loro ma guarda e passa”, ed è quello che faccio.

Raccomanda digiuno socialmediatico?

Bisogna cominciare a diffondere l’idea che si vive benissimo senza social, anzi occorrerebbe aprirne uno che spedisca fuori gli utenti al primo insulto ma che resti piattaforma utile per veicolare comunicazioni importanti per la salute collettiva o per attivare la solidarietà nei confronti delle persone che vivono ad esempio un disagio particolare, tutto il chiacchiericcio invece deve essere confinato in un angolo.

 

Ovadia, Moni

Moni Ovadia nel film di Roberto Faenza "Anita B." (2014)

 

Non giriamoci intorno: la propaganda isolazionista di Salvini, fra squilli di retorica e paranoia diffusa, fa breccia.

Salvini è particolarmente furbo, lui non fa politica, fa un mestiere, che equivale a dire “finché sparo queste fesserie una serie di persone, di basso livello culturale, risentite, frustrate, mi daranno il loro voto. E io continuo a starnazzare, vado in televisione, mi chiedono gli autografi, mi dicono ‘bravo Matteo’, distribuisco abbracci, scatto selfie, mi pagano bene e non faccio nulla”. Ecco, è un mestiere magnifico, così. A Salvini non interessa che i cittadini stiano meglio, basta che credano alle sue frottole. E lui sa benissimo che sono tali, ma che importa, la gente le ascolta. Le persone per bene devono farsi sentire, cominciare a dire “adesso basta”.

Una protesta apparentemente afona, per il momento. 

Mi dispiace doverlo dire, ma la responsabilità principale di questo silenzio grava sulla sinistra, sia riformista che radicale, perché, e parlo da uomo di sinistra, hanno lasciato troppo correre. E ci ritroviamo con Salvini & co. e le loro formule del “noi non siamo razzisti ma”, sono tutte balle. Se la prendono con quello che crea problemi, che è sporco, sudicio, che ruba.

 Salvini avesse almeno detto che i cittadini rom italiani sono italiani come tutti gli altri. Se delinquono saranno puniti dalla legge. E invece a priori la colpa è sempre dell’altro e questo è il principio su cui si regge ogni fascismo e ogni nazismo. Noi abbiamo quattro malavite organizzate e il nostro problema sono i rom. 

È l'atavica necessità di creare il nemico? 

Precisamente. È un vecchio sentimento reazionario, quello. Ma si persegue la comunità invece dell’individuo, come dire che se a Bergamo mi rubano una catenina allora i bergamaschi sono tutti ladri, ma che razza di ragionamento è? Le cose si devono sempre risolvere pro bono, mai pro malo. Quello che hanno sofferto i rom nessuno se lo immagina neanche di lontano, neanche nella sua più fervida fantasia. Anziché investire i soldi che l’Unione europea mette a disposizione in strutture abitative in forma di villaggio, ad esempio, visto che i rom vivono in famiglie allargate, se li mettono in tasca. Ricordiamoci cos’è successo con Mafia Capitale a Roma. E intendiamoci: fra i rom, come fra tutti, ci sono i bravi, ci sono i mediocri, i vigliacchi e anche i farabutti. Ma c’è chi, sul piano politico, trova subito l’occasione per seminare veleno, odio. Se i rom vivono così devono provare un grande disagio, andiamo a capire come aiutarli dovrebbe essere l'imperativo. 

Salvini ha giurato di governare rispettando gli insegnamenti contenuti nel Vangelo.

Io sono ebreo e non sono neanche credente, ma c’è una sintesi radicale del Vangelo che si risolve in una sola parola: “Amore”. Cattolico vuol dire universale ma la radice della parola viene dal greco katà olos, che significa “verso tutti”. Qual è quindi il compito che ha motivato il magistero missionario della Chiesa cattolica per duemila anni? Portare la parola del Vangelo a tutti gli uomini della terra, bianchi, neri, indiani, tutti. E ora vogliono mettersi a cacciare le persone? Non sanno nemmeno di cosa parlano. Salvini avesse almeno detto che i cittadini rom italiani sono italiani come tutti gli altri. Se delinquono saranno puniti dalla legge. E invece a priori la colpa è sempre dell’altro e questo è il principio su cui si regge ogni fascismo e ogni nazismo. Noi abbiamo quattro malavite organizzate e il nostro problema sono i rom. 

 Il cittadino italiano, a mio avviso, si caratterizza per il suo rispetto alla Costituzione non certo per il sangue, né per il luogo di nascita.

“Prima gli italiani”, ma dipende quali, in sostanza.

Il rituale è semplice: Salvini e i suoi buttano la pietra nello stagno, se poi si aggiungono altre pietre continuano, “se ci va bene questa allora ce la prendiamo con i prossimi”. Ma non c’è “noi e gli altri”, c’è l’essere umano. Il cittadino italiano, a mio avviso, si caratterizza per il suo rispetto alla Costituzione non certo per il sangue, né per il luogo di nascita. Curioso poi che quando in Italia venne a giocare Ibrahimović, che è un rom di origini serbe, ci fu il trionfo negli stadi. Capisce che vigliaccheria?

 

La realtà e la speculazione in una fetta imburrata: Moni Ovadia al funerale di Umberto Eco

 

Una volta ha detto “avremo l’Europa quando avremo un comune sentimento europeo”, crede ancora che questo sia possibile?

Dobbiamo crederci. Non abbiamo altro. Non dobbiamo dare il fianco a chi dice che l’Europa non serve, ma l’Europa deve cambiare radicalmente, liberarsi dei veti. L’Onu deve cambiare. 

Non c’è niente da obiettare: io ho questi diritti e devo essere trattato secondo questi diritti. Tutto il resto è perversione del concetto universale di giustizia.

Oltreoceano il principio della “tolleranza zero” nei confronti dei migranti illegali al confine tra Messico e Stati Uniti ha portato a separare i bambini dai loro genitori e a rinchiuderli anche in gabbie di metallo. Cosa pensa di questa offensiva trumpiana?

Il concetto principale di giustizia, senza la quale non c’è giustizia di alcun tipo, è la responsabilità individuale. I nazisti avevano omesso la responsabilità individuale. Non si può dire arbitrariamente “i migranti”, i casi vanno analizzati uno per uno, da tribunali se ci sono reati, e da istituti pubblici, comunali, regionali o statali che valutino le varie questioni sulla base dell’equità e della giustizia e sul riconoscimento del fatto che tutti gli uomini hanno diritti universali. Sono 192 i paesi che hanno sottoscritto la Dichiarazione universale dei diritti umani, Italia compresa. Non c’è niente da obiettare: io ho questi diritti e devo essere trattato secondo questi diritti. Tutto il resto è perversione del concetto universale di giustizia. Dopo non dicano “noi non siamo nazisti”, perché se non riconoscono a qualsiasi essere umano i diritti universali sanciti da quel documento, molti dei quali attinti peraltro dalla nostra Costituzione, allora è esattamente quello che sono. O se preferisce fascisti che stanno rialzando la cresta. Io sono per alzare il tiro delle battaglie democratiche. Bisogna cominciare a riempire le piazze. A milioni. 

Un’altra “wake up call” per la sinistra?

La sinistra ha abbandonato se stessa, i suoi valori, il suo coraggio, il suo linguaggio, la sua tempra, le sue emozioni. È mortificante sentire calunniare i nostri partigiani in tv e non avere neanche la decenza di alzarsi e dire “noi non ascolteremo queste menzogne, perché la resistenza partigiana ci ha riportato libertà e democrazia”. Pensi che questo l’ha detto Gianfranco Rotondi, un democristiano di destra che è stato ministro nel governo Berlusconi. Sul suo sito ha scritto che non si possono tollerare questi attacchi insensati ai comunisti, e che “non esiste il comunismo, ma tanti partiti comunisti. Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l’ha portata col sangue dei partigiani”. Per questo una volta che eravamo entrambi ospiti in una trasmissione televisiva l’ho ringraziato dicendogli: “Noi due la pensiamo in modo profondamente diverso, ma le sono debitore per quelle parole”, lui mi ha risposto che le cose giuste bisogna dirle sempre, al di là delle opinioni politiche. E che facevano “i nostri”, intanto? Melina, dicevano di non essere mai stati comunisti. Queste sono apostasie facili, ridicole, di convenienza. Che malinconia… Sa qual è il problema? Ci vuole coraggio, il coraggio è la virtù che più manca nel nostro paese.

 

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