Kultur | Salto Afternoon

Il mantello etiope

La mostra temporanea del Museo Villa Freischütz espone, con il mantello etiope, un oggetto del tutto particolare. Responsabili di progetto Ariane Karbe e Hannes Obermair 
B1
Foto: Georg Tappeiner

Il mantello etiope La mostra temporanea del Museo Villa Freischütz mette in mostra, con il mantello etiope, un oggetto del tutto particolare. Questi indumenti di prestigio, con le spalle coperte di pelliccia di leone, erano donati a guerrieri meritevoli nel regno di Etiopia (Abissinia). Non conosciamo le esatte circostanze per cui sia entrato a far parte della collezione della villa, ma con una probabilità che si avvicina molto alla certezza, possiamo dire che il mantello debba essere stato portato a Merano e a Villa Freischütz dal Generale Enea Navarini, di ritorno dalla guerra italo-abissina.
Si parla quindi di guerra, conquista e sfruttamento; volendo acuire lo sguardo, il manto racconta una storia di espropriazione e usurpazione di un simbolo di potere africano da parte di conquistatori europei. La mostra vuole, quindi, anche porsi una domanda necessaria: come dobbiamo reagire, con il nostro sapere odierno, ai bottini coloniali e al loro potenziale di disturbo?

 

La mostra ci prova combinando una certa fantasia scientifica ed estetica, ed esortando i visitatori e le visitatrici a riflettere su una possibile restituzione: non sarebbe meglio restituire il mantello all’Etiopia? Questi interrogativi su racconto ed eredità, su memoria e responsabilità dovrebbero far emergere quale storia sia rilevante e quali ricordi siano quelli che vadano valorizzati.

Questa mostra è dedicata alla memoria di Angelo Del Boca, storico contemporaneo italiano, morto nel luglio del 2021. I suoi lavori critici sul periodo coloniale italo-fascista, nonostante forti opposizioni, hanno cambiato permanentemente il profilo storico pubblico, non ultimo anche grazie al loro sguardo empatico, sempre attento all’“altro” e che ha quindi cambiato anche la percezione del “sé.”


Una guerra di oltre ottant’anni fa

Il 3 ottobre 1935, la prima dittatura dell’Europa moderna, l’Italia fascista, diede inizio ad una orrenda guerra di conquista nell’Africa orientale, che portò all’instaurazione sanguinosa di un dominio in Etiopia, che ebbe vita breve fino al 1941. L’aggressione militare ordinata da Benito Mussolini venne portata con una tattica a tenaglia, dalla colonia dell’Eritrea a nord e dal Somaliland italiano a sud. Senza alcun avvertimento né alcuna dichiarazione di guerra, ma soprattutto senza alcuna reale causa, diverse centinaia di migliaia di soldati italiani attaccarono le unità etiopi-abissine guidate da re Haile Selassie I. Tra le fila delle truppe italiane, superiori sia per tecnologia degli armamenti che per capacità organizzativa, si trovavano anche centinaia di altoatesini-sudtirolesi che avevano risposto all’obbligo della chiamata di leva.
Il generale d’armata delle truppe d’invasione sul fronte meridionale era Rodolfo Graziani, ai cui comandi rispondeva anche Enea Navarini. Il 5 maggio del 1936, le truppe italiane in lampante superiorità numerica, marciarono su Addis Abeba, capitale etiope, grazie anche alla totale superiorità aerea e all’impiego privo di scrupoli di gas velenosi. Il 9 maggio, Mussolini dichiarò conclusa la guerra di annessione, marchiata internazionalmente come palese violazione del diritto internazionale.

 

Egli annetté il regno di Etiopia, inserendolo nella nuova colonia dell’Africa Orientale Italiana e dichiarò contestualmente la creazione di un nuovo Impero Romano mediterraneo. Il re italiano, Vittorio Emanuele III, nello stesso giorno assunse il titolo di Re d’Abissinia. Tuttavia, il 27 novembre 1941 si concluse rapidamente la parentesi italiana in Etiopia con la piena vittoria delle forze alleate britannico-americane e abissine e con il reinsediamento della monarchia etiope.
La guerra in Africa orientale è considerata oggi il primo esempio di aggressione bellica d’espansione moderna e come campo di sperimentazione genocidale, che ha anticipato gli orrori della Seconda guerra mondiale. Secondo le stime, oltre mezzo milione di abitanti locali cadde vittima degli atti di guerra e delle innumerevoli misure di repressione. Dal 1936 al 1941, in Etiopia venne instaurato un regime di apartheid razzista, che concedeva alla casta dei signori, i conquistatori europei, tutti i diritti, mentre costringeva la popolazione locale alla totale sottomissione e passività. Nonostante la rapida condanna da parte della Società delle Nazioni, le cui sanzioni vennero comunque sospese già nell’estate del 1936, l’Italia poté sfruttare a piacimento il paese fino alla propria sconfitta militare con la campagna nordafricana nel 1941. Dopo la liberazione dal nazifascismo nel 1945 i crimini di guerra italiani non furono perseguiti penalmente né venne stabilito un risarcimento per le conseguenze occupazionali.

Il Generale

Tra i comandanti delle truppe di occupazione italiane in Etiopia si trovava anche il Generale Enea Navarini. Nato nel 1885 a Cesena, Navarini aveva intrapreso la carriera militare precocemente e combattuto da soldato sia nella prima campagna italiana di Libia che nella Prima guerra mondiale.

 

Nel 1925 sposa Luisa Fromm y Hilliger, il cui padre, il collezionista d’arte Franz Fromm, aveva acquistato Villa Freischütz nel 1921. La figlia di Enea e Luisa Navarini, Rosamaria, costituì per via testamentaria nel 2013 la Fondazione Navarini-Ugarte, da cui è nato il Museo Villa Freischütz.
Navarini diresse la scuola militare a Roma dal 1932 al 1935 e nel 1936 venne nominato generale di brigata, quindi del più piccolo reparto militare. Nello stesso anno venne impiegato nella Somalia occupata dall’Italia, da cui marciò sull’Etiopia meridionale in ottobre. Nel cosiddetto territorio dei laghi degli altipiani abissini, attorno a Irba Moda, Chevenna e Sciasciamanna (ex provincia di Scioa nell’odierno stato federale di Oromiyaa) condusse le azioni militari contro la resistenza etiope e perseguì con le sue unità soprattutto il comandante militare Ras Destà Damtu, un genero del re etiope Haile Selassie a capo della resistenza africana contro gli occupanti. Dopo numerose imboscate e battaglie, Ras Destà Damtu venne infine catturato il 24 febbraio 1937 e impiccato dopo un processo sommario: il suo corpo venne lasciato esposto pubblicamente per un giorno a scopo deterrente.
Successivamente, Navarini si profilò come importante pedina del colonialismo italiano a Soddo nel Wolaita. Oltre che per l’agognata pacificazione della regione, ottenuta solamente attraverso il continuo impiego della repressione militare, era impiegato soprattutto in attività infrastrutturali, come ad esempio la costruzione strade. Nell’aprile del 1938 venne trasferito a Gimma, la capitale dell’antica provincia di Caffa a sud ovest di Addis Abeba, dove nel settembre del 1938 venne promosso a generale di divisione. Nel novembre del 1938 lasciò l’Etiopia per ritornare in Italia, in particolare a Merano. Visse a Villa Freischütz fino alla sua morte nel 1977.