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Una terza via per l’Alto Adige

La letteratura “born-translated”: come riconoscere concretamente agli autori altoatesini contemporanei un’appartenenza culturale oltre le suddivisioni linguistiche.
Von
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Cristina Vezzaro01.05.2021
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In un territorio altamente politicizzato come quello altoatesino, è facile che anche la letteratura assuma, in un modo o nell’altro, connotati politici. Si può però ipotizzare che, dopo cent’anni di convivenza, la letteratura altoatesina in lingua italiana e in lingua tedesca presenti tratti comuni da valorizzare? È lecito supporre che, in un’epoca di grande circolazione della letteratura mondiale, le influenze letterarie sugli scrittori altoatesini, siano essi italofoni o germanofoni, vadano ben oltre le due letterature nazionali? Che forme può assumere, allora, la letteratura altoatesina contemporanea? E quanto incide, la traduzione, nella sua definizione?

A darmi lo spunto per questa riflessione è stato un articolo comparso di recente su Internazionale in merito alla vicenda Amanda Gorman, dove Paul B. Preciado afferma che la traduzione è sempre un processo politico. Denunciando le pratiche invisibilizzate e degradate dell’industria culturale (tra cui, appunto, la traduzione), invita a superare la dialettica improduttiva tra essenzialismo (razza, età, questioni identitarie che legherebbero autore e traduttore) e universalismo (la letteratura sarebbe superiore a considerazioni di questo genere), avviando processi di trasformazione delle istituzioni culturali ed editoriali.

La traduzione, in ogni caso, rimane un processo politico: lo suggeriva già Pierre Bourdieu, che non si limitava peraltro a riconoscere lo strumento di potere che la lingua rappresenta, ma aggiungeva anche che i linguisti hanno torto a credere che le lingue si equivalgano socialmente, concetto ulteriormente elaborato dagli importanti scritti di Pascale Casanova, in cui le fortune letterarie e i flussi traduttivi (tra lingue e Paesi) sono associati a chiari elementi di dominio, non necessariamente o non esclusivamente economico.

Inevitabilmente queste considerazioni sollevano dei quesiti: quanto influiscono, questi elementi di dominio, sulla circolazione della letteratura (e della letteratura mondiale)? E ancora: anche la letteratura è sempre un processo politico? E infine, con Sartre: che cos’è la letteratura?

Se il concetto di Weltliteratur viene introdotto da Goethe nello scambio con Eckermann („Ich sehe immer mehr […], daß die Poesie ein Gemeingut der Menschheit ist, und daß sie überall und zu allen Zeiten in Hunderten und aber Hunderten von Menschen hervortritt. […] Die Epoche der Weltliteratur ist an der Zeit, und jeder muß jetzt dazu wirken, diese Epoche zu beschleunigen“), appare chiaro che la concezione goethiana del mondo è molto lontana dal mondo come lo intendiamo oggi, ed è verosimile che, come hanno peraltro ipotizzato diversi studiosi, al di là del suo interesse per i romanzi cinesi o la poesia persiana, l’universalità della letteratura riguardasse per Goethe soprattutto gli scambi letterari in Europa (traduzione delle sue opere in inglese e francese, sviluppo della critica straniera nelle riviste francesi, inglesi o italiane). Tale concezione getta tuttavia le basi di ciò che si tramanderà, ovvero una circolazione della letteratura che comporti una traduzione e una ricezione.

È lecito supporre che, in un’epoca di grande circolazione della letteratura mondiale, le influenze letterarie sugli scrittori altoatesini, siano essi italofoni o germanofoni, vadano ben oltre le due letterature nazionali?

Una lettura più moderna di ciò che oggigiorno viene comunemente indicata come world literature la dà David Damrosch, che la definisce come l’insieme delle opere letterarie circolanti al di là della propria cultura d’origine, in lingua originale o in traduzione. Tra gli elementi innovativi (e certamente più legati alla modernità) sottolineati da Damrosch vi è quello della forza espressiva di tali opere – che si otterrebbe quando sono tradotte in maniera tale da preservare a un tempo la loro immediatezza e distanza da noi, l’universalità e la specificità temporale e culturale – e dell’informed reading, la lettura informata, la consapevolezza di leggere un’opera straniera. A questa concezione di world literature attingiamo tutti noi quando acquistiamo in libreria un titolo di un autore straniero, tanto più quando l’editore ricorda in copertina che si tratta di una traduzione.

Ma il concetto più interessante e di maggiore attualità, a mio parere, è quello di “born-translated”, un neologismo introdotto nel 2015 da Rebecca Walkowitz, la quale sostiene che, nei testi “nati tradotti” (ad esempio in alcune opere di J.M. Coetzee), la traduzione funziona come dispositivo tematico, strutturale, concettuale e talvolta anche tipografico, in cui ogni lettore è straniero nella misura in cui il pubblico cui si rivolge lo scrittore è ampio ed eterogeneo. L’esempio dell’autore sudafricano Coetzee non è casuale: lingua e traduzione entrano a far parte del tessuto stesso dei libri che nascono in situazioni di bilinguismo o plurilinguismo, di multiculturalità. Ovvero nella stessa situazione presente in Alto Adige.

Ed è infatti proprio una scrittrice altoatesina, Maddalena Fingerle, a regalarci un esempio perfetto di romanzo “born-translated”. Vincitore del Premio Italo Calvino, Lingua madre è un libro notevole sotto diversi punti di vista, ma di cui esamineremo qui solo gli elementi di interesse per la nostra tesi, e che ne fanno un testo “born-translated” secondo alcuni dei parametri di Walkowitz, ovvero la compresenza di più lingue, nello specifico italiano e tedesco (Hochdeutsch e dialetto), la tematizzazione della lingua come argomento centrale del testo e la dislocazione della narrazione nello spazio (da Bolzano a Berlino e ritorno).

Ora, perché questo testo born-translated può essere paradigmatico dei quesiti che ci siamo posti inizialmente, ovvero cosa sia la letteratura, se sia un processo politico e se alla base della sua circolazione vi siano degli elementi di dominio?

La letteratura, dice Jean-Paul Sartre, è rivelazione. Lo scrittore getta il proprio sguardo sulla società che osserva e ne mette in evidenza le idiosincrasie, svela un mondo. In questo senso, lo scrittore, per antonomasia, disturba la società, disturba le forze conservatrici (osservando con spirito critico lo status quo) e si rivolge alle potenziali forze progressiste (che con la loro volontà e coscienza potranno scegliere di agire per cambiare le cose).

Un testo come Lingua madre mette in evidenza proprio le idiosincrasie della realtà altoatesina, il presunto bilinguismo (anzi no, trilinguismo o quadrilinguismo, come precisa più volte l’autrice), tanto sbandierato ma privo di una corrispondenza effettiva, la lingua come appartenenza politica anziché degli affetti (e quindi non più “madre”), tanto da divenire espressione alterata di un disagio personale, la suddivisione della popolazione in categorie binarie molto lontane dalla realtà vissuta.

Oltre ogni politica binaria della realtà locale, Fingerle espone al meglio i limiti di un’esperienza plurilingue e multiculturale che solleva questioni identitarie molto più profonde della dichiarazione di appartenenza all’uno o all’altro gruppo linguistico, all’una o all’altra cultura

L’interesse di un simile testo risiede quindi proprio nella possibilità che offre di superare il dualismo di appartenenza linguistica, ma anche letteraria, una lacuna che nemmeno la traduzione, in Alto Adige, riesce a colmare, poiché la forza dell’esperienza altoatesina non consiste appunto nella contrapposizione – di due (o più) lingue, di due (o più) culture, di due (o più) letterature – ma nella sua unicità, un’idea certo molto lontana dalla polarizzazione voluta dal mondo politico.

Se la letteratura contemporanea dà oggi sempre più voce a realtà sociali in passato trascurate (penso alle scrittrici, che finalmente offrono una narrazione alternativa della realtà, colmando i vuoti di una letteratura che, fino a poco tempo fa, è stata di monopolio maschile; o alle voci di autori migranti, che rovesciano il punto di vista eurocentrico o occidentale), nel caso dell’Alto Adige mi pare sia proprio questa nuova consapevolezza a poter offrire spazio a una lettura diversa del territorio e della realtà, portando alla luce una narrazione sinora ignorata per ragioni politiche.

Il romanzo di Maddalena Fingerle di sicuro riesce a farlo, con un intreccio letterario che mette in evidenza l’elemento politico all’interno della società altoatesina, “the elephant in the room”, sottoponendolo a critica e trasformandolo in quella letteratura impegnata che è in grado di far riflettere e agire, oltre lo status quo. Oltre ogni politica binaria della realtà locale, Fingerle espone al meglio i limiti di un’esperienza plurilingue e multiculturale che solleva questioni identitarie molto più profonde della dichiarazione di appartenenza all’uno o all’altro gruppo linguistico, all’una o all’altra cultura.

Ecco quindi la terza via per la letteratura altoatesina, una possibilità concreta per superare, con Paul B. Preciado, un dualismo improduttivo tra essenzialismo (in questo caso: letteratura italiana/ letteratura tedesca), e universalismo (fortuna delle opere letterarie avulsa dalle condizioni in cui nascono) e riconoscere agli autori altoatesini contemporanei un’appartenenza culturale che vada oltre le suddivisioni linguistiche e che, a cent’anni dall’inizio di questo esperimento, forse può leggersi in chiave diversa.

Non si tratta certo di un unicum: tra le nuove leve (penso alle poesie di Greta Pichler o di Nadia Rungger) ci sono diversi esempi di “normalizzazione” letteraria di una realtà linguistica plurilingue che riflette un’identità a sé; così come in diversi autori già affermati (penso a Maxi Obexer), il desiderio di muovere proprio dall’unicità dell’esperienza locale e dalla commistione di influenze culturali e letterarie riflette un superamento di una visione particolaristica verso un quadro più ampio, europeo. Questi esempi indicano un’esigenza di sormontare l’impasse di una condizione che la politica ha sempre voluto divisiva, oppositiva, verso un maggiore apprezzamento della ricchezza dell’esperienza plurilingue e multiculturale comune che necessariamente passa per una critica di una definizione identitaria binaria spesso molto lontana dal vissuto individuale. La sensazione è che gli scrittori (quelli impegnati, sartriani) riusciranno così a rivolgersi con grande impatto ai loro lettori contemporanei, che vi sapranno trovare tutta la forza della letteratura.

 

L’autrice di questo contributo, Cristina Vezzaro, si è dedicata, dopo gli studi a Ginevra, alla traduzione di narrativa, poesia e saggistica (tra gli altri Fouad Laroui, Ulrich Peltzer, Kathrin Röggla, Sherko Fatah, François Vallejo, René Pollesch, Maxi Obexer, Wolf Wondratschek). Attualmente è dottoranda in Translation Studies all’Università di Gent, in Belgio.

Cristina Vezzaro

Foto: Privata

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