Politica | Internazionale 2022

“La rivoluzione non è finita”

Per anni è stato definito la “Svizzera del Medio Oriente” ma oggi versa in una profonda crisi che non vede fine. Cos’è successo in Libano e che lezione stiamo imparando?
Libano
Foto: wikimedia

Il 14 settembre Nadine Nakhal entra in una banca di Beirut. Punta una pistola giocattolo verso gli addetti agli sportelli. Vuole i soldi: i suoi. La sorella malata di cancro aveva bisogno di una costosa operazione, ma il congelamento dei prelievi da parte delle banche a causa di una crisi di liquidità dovuta all’uscita dei grandi capitali, ha ridotto al lastrico milioni di persone in tutto il Paese.
Se fino a qualche anno fa il Libano era considerato un modello per il Medio Oriente oggi versa in una crisi profonda che sembra non avere fine. 
La nuova edizione del Festival di Internazionale a Ferrara ha ospitato nella sua prima giornata un incontro intitolato "Libano, l’implosione" per ricostruirne gli avvenimenti dalla guerra civile alle rivoluzione del 2019, passando per la drammatica esplosione del porto della capitale dello scorso 4 agosto 2020. 

 

A intervenire, con la moderazione di Francesca Gnetti, la scrittrice Lina Mounzer, la giornalista de L’Orient-Le Jour Caroline Hayek e l’artista Barrack Rima, tutti accomunati dall’eterno conflitto che caratterizza il cuore di ciascun libanese, la repulsione che ti spinge a partire, a lasciare quel paese che nulla più può offrire, e l’attrazione che allo stesso tempo ti lega e che ti porta a restare.

Quella sensazione, Lina Mounzer l’aveva descritta in una column per il New York Times, in cui spiegava che lasciare il Libano era come abbandonare a sé stessa una persona cara ammalata

Il morbo del Libano è stato riassunto da Rima in poche battute, partendo dalla profonda corruzione alimentata dagli ex signori della guerra, una classe politica e mai rinnovata, che negli ultimi anni si è data al business delle liberalizzazioni. 

Viene ricordata la crisi dei rifiuti a causa di un processo mai governato che consisteva nell’accumulare montagne di immondizia nella zone periferiche delle città fino a che non sono state completamente sommerse. La metafora delle fogne è una delle più ricorrenti all’interno delle analisi del sistema libanese, un mondo sporco e sotterraneo che torna a galla quando è al limite, scoppiando in tutta la sua prepotenza.  

E in questo, il 4 agosto 2020, rappresenta una delle tappe più drammatiche di questo processo: 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio utilizzato per produrre armi e pesticidi e rimaste stoccate per anni in un magazzino del porto hanno provocato un’esplosione fortissima, provocando 220 vittime, migliaia di feriti e radendo al suolo interi quartieri.

Quello che conta è che quel movimento ha cambiato tutto e tutti

Ad esplodere un anno prima invece, è stata la rabbia della popolazione. Centinaia di migliaia di libanesi si sono riversati nelle strade, superando per la prima volta le profonde divisioni, strumentalmente alimentate dalla classe dirigente, e riconoscendosi la prima volta nella comune oppressione: “La nostra tendenza è quella di barattare la nostra libertà per la stabilità. In questo il popolo libanese è riuscito a sovvertire il paradigma, rendendosi conto che la libertà non ha prezzo – ha ricordato Mounzer – . La rivoluzione può sembrare fallita, perché sebbene tutti fossero d’accordo su cosa non volessero non è stato possibile in quel momento costruire da zero il nuovo Libano. Ma quello che conta è che quel movimento ha cambiato tutto e tutti: la rivoluzione non è finita”.