Alcide Berloffa parco
Comune Bolzano
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Avvenne domani

Scusate, posso sedermi su Alcide?

Girando attorno ad un cerchio rosso.
Colonna di
Ritratto di Maurizio Ferrandi
Maurizio Ferrandi11.09.2021
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Mi meraviglio assai dell’indignato stupore di coloro che deplorano il fatto che, a poche ore dalla solenne inaugurazione, il cerchio di pietra rossa posto, nei giardini della stazione ferroviaria di Bolzano, per ricordare la figura di Alcide Berloffa abbia già assunto funzioni poco consone con la solennità che si reputa doverosa per uno dei padri dell’autonomia.

Mi piacerebbe sapere se veramente coloro che lo hanno ordinato, progettato e messo in opera pensavano che il basso muretto messo a costituire un incompleto cerchio non avrebbe finito, là dov’è, per diventare solo l’ennesimo arredo di una parte della città affollata di un’umanità tanto varia quanto a volte dolorosa. Era semplicemente inevitabile che diventasse il luogo di sosta di qualche viaggiatore in anticipo e dei molti personaggi che in quella fetta di giardino scampata all’avanzata delle ruspe di Benko, trovano, come avviene in tutta Italia e in tutto il mondo per le zone limitrofe alle stazioni ferroviarie, un luogo dove trascinare un’esistenza misera, segnata non di rado da qualche sconfinamento dell’illegalità.

Un destino non diverso, del resto, toccherebbe anche ai lugubri arredi della vicina piazza Magnago, se, per preservarne la funerea sacralità, non si fosse deciso di presidiarla, giorno e notte, con una guardia armata, incaricata di scoraggiare, con le buone o con le cattive, i malintenzionati disposti a far cose brutte sotto gli occhi del Dietrich e del povero Laurino.

Finirà che dovranno mettere un piantone anche il cerchio di Berloffa o rassegnarsi ad un suo utilizzo per così dire “alternativo”. Per quel po’ che l’ho conosciuto, quand’era in vita, mi pare di poter dire, che in questa tardiva celebrazione del suo ruolo nella costruzione della seconda autonomia, troverebbe indubbi motivi di soddisfazione, qualche ragione di tristezza, ma soprattutto la conferma di una posizione, quella di una solitudine rabbiosamente criticata, che fu un po’ il segno indelebile della sua stagione politica.

È bello naturalmente che, sia pure con qualche decennio di ritardo, si riconosca il ruolo che Alcide Berloffa ha avuto nella fase cruciale delle trattative per la definizione del “Pacchetto” e soprattutto, nel ventennio successivo, per la sua travagliatissima attuazione. È un riconoscimento che, sin quando è vissuto, gli è stato attribuito con grandissima avarizia anche da coloro che avrebbero dovuto essere i primi ad affermarlo.

Non è stato un politico amato, Alcide Berloffa. Fu inseguito per tutta la vita dall’odio caparbio della destra italiana, chelo considerò, assieme al suo massimo referente politico, Aldo Moro, come il responsabile principale della pugnalata alle spalle inferta, con il cedimento alle richieste della Südtiroler Volkspartei, agli italiani dell’Alto Adige. Quando oggi si parla delle tempeste polemiche che attraverso i social media vengono scatenati contro questo o quell’obiettivo, ci si dimentica del fatto che, ben prima di poter mettere le mani su una tastiera, quei leoni avevano comunque mezzi e rabbia in corpo per individuare e colpire i loro obiettivi. Donne come Lidia Menapace, per il periodo in cui lavorò ai vertici della DC altoatesina, uomini come Berloffa erano gli obiettivi di campagne di stampa e di vociferazioni non meno dure di quelle che oggi si conducono sulla rete.

Non era popolare, Berloffa, nemmeno in molti ambienti del suo stesso partito. Attorno a lui c’era un gruppo di fedelissimi, da Armando Bertorelle a Giorgio Pasquali, a Giancarlo Bolognini, a pochi altri. Nel resto del partito il sofferto accordo sulla linea politica di sostegno alla nascita e all’attuazione dell’autonomia era venato spesso, purtroppo, da prese di distanza, dal tentativo di giustificarsi con gli elettori scaricando proprio su di lui, sull’anello di collegamento essenziale tra Roma e Bolzano, tutte le responsabilità.

Non succedeva soltanto nella Democrazia Cristiana.

In questi giorni ho colto la sommessa e civile protesta di alcuni esponenti del Partito Socialista altoatesino, i quali, pur felicitandosi per il riconoscimento tributato a Berloffa, hanno affermato che nell’occasione ci poteva esser modo anche di ricordare gli appartenenti al loro partito che si sono spesi in quella battaglia.

Mozione più che giusta ma che riporta alla mente un passaggio politico non banale avvenuto proprio quarant’anni fa. Erano i mesi della furibonda polemica sul censimento linguistico scatenata e portata avanti dalla Nuova Sinistra di Alexander Langer e che raccoglieva consensi in un vasto schieramento di forze politiche. Tra queste anche il PSI altoatesino, molto critico con il modello di censimento varato alcuni anni prima dalla Commissione presieduta proprio da Berloffa. Una posizione critica che diveniva estrema nel comportamento di alcuni esponenti del partito. Quando, nell’ottobre del 1981, Langer scese a Roma per parlare, in occasione del dibattito parlamentare, ai giornalisti della stampa nazionale ed estera, al suo fianco sedeva uno dei maggiori esponenti del socialismo altoatesino, l’avvocato Claudio Emeri.

A questa posizione del PSI replicò, non senza asprezza, una nota della segreteria altoatesina della DC ricordando ai compagni socialisti che la norma che contestavano era stata approvata anche da un loro rappresentante, Silvio Nicolodi, componente della Commissione dei 6. La risposta, stizzita quanto imbarazzata, fu quella secondo la quale Nicolodi, nella Commissione, ci stava a titolo personale e non a rappresentare il partito. È lo stesso Nicolodi che oggi, assieme ad altri, si vorrebbe, giustamente, ricordato assieme a Berloffa.

Così andavano e così vanno le cose nell’isola felice tra Salorno e il Brennero.

Non che, verso il politico democristiano, fosse tanto più prodiga di tenerezze la controparte sudtirolese. Ne apprezzavano sicuramente l’impegno ma, nell’era Magnago, non c’era posto alcuno per il concetto di un italiano associato ai politici di lingua tedesca nella costruzione di quella autonomia. Gli italiani potevano essere avversari, più o meno pericolosi, oppure interlocutori più o meno affidabili. Altri ruoli non erano previsti e non erano richiesti. Ricordo sempre, e chiedo scusa se mi ripeto, il giudizio espresso proprio da Silvius Magnago, quando gli toccò in sorte di fare la “laudatio” di Berloffa in occasione dell’attribuzione a quest’ultimo di uno dei pochissimi riconoscimenti ricevuti in vita: il premio Gargitter. Berloffa meritava la riconoscenza dei sudtirolesi, così il vecchio Obmann, per aver aperto loro molte porte. Un benefico “concierge” da compensare con una cospicua mancia e nulla più.

Non so francamente se il cerchio di pietra rossa posto a debita distanza dalle macabre installazioni di piazza Magnago rappresenti un cambiamento radicale in termini di valutazione politica del ruolo di Alcide Berloffa nella storia altoatesina, oppure altro non sia se non l’ennesima conferma di una condizione di minorità perenne e immutabile. Non lo sa sicuramente l’umanità problematica che su quelle pietre si siede e non lo sanno neppure gli studenti che, mattina e pomeriggio, gli corrono accanto per arrivare a scuola o per prendere il treno che li riporta a casa. Quasi tutti, temo, sanno poco, pochissimo, nulla di Berloffa, di Magnago e di una storia politica che ha segnato il passato, il presente e il futuro di questa terra.

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Ritratto di Massimo Mollica
Massimo Mollica 11 Settembre, 2021 - 16:12

Sicuramente la seconda: "l’ennesima conferma di una condizione di minorità perenne e immutabile". Ma tanto siamo di passaggio su questo mondo, e quindi poi, nel migliore dei casi, saranno cavoli amari per tutti. Alternativamente sarà tutto finito.

Ritratto di alfred frei
alfred frei 13 Settembre, 2021 - 14:41

Come ottimo giornalista di “Corte” Ferrandi usa il metodo della cronaca per dare un giudizio sull’apporto del PSI alla vicenda dell’autonomia provinciale. La ricostruzione storica sul ruolo complessivo del partito nella vicenda cosi diventa un un po' riduttivo, per non dire fuorviante e meriterebbe invece una valutazione non di “regime”; ma forse i tempi non sono ancora maturi, o no, sig. Maurizio ?

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