Cultura | SALTO WEEKEND

Antimortina

Della fuga dalla morte, del rimedio contro il mal di vivere, della morte.
Charaktere
Foto: Bernhard Aichner

Martin Plattner, pronipote del celeberrimo Karl, ci sottopone un testo intenso, veicolato da una prosa colta ma ironica. Sul palco si muovono figure senza tempo: l’anziana vedova, le vicine, due pettegole di paese. Tuttavia l’autore introduce l’elemento surreale di un figlio forse mai nato, ma onnipresente nel proprio gioco tra identità femminile, maschile o semplicemente altra.  

Protagonista, e con essa protagoniste le professionalità che l’hanno resa possibile, la baita montana costruita (in due soli giorni) all’ultimo piano dello stabile di Bolzano. Di giorno il finestrone, elemento scenico e architettonico di massimo rilievo, illumina quella che solitamente è una grande sala prove con vista sulle Dolomiti. Per antimortina l’affaccio si trasforma in quella finestra regalata alla madre dai suoi nove figli, alla quale ella preferirebbe di gran lunga delle strette e difensive feritoie (Schießscharten). La finestra apre lo sguardo sul buio paesaggio esterno, in realtà diventa superficie di proiezione delle vite di chi abita la baita, ma anche di coloro che la osservano, madre e figl* da un lato, vicine dall’altra. Nulla in questa messa in scena di VBB rimane fermo, statico, il finestrone stesso si smaterializzerà diventando palco. Il palco è il luogo dell’apparizione canora della cantante pop, idolo del/la figl*, della Schlagerkaiserin. Proprio in questo spazio, in between, tra il dentro e il fuori il decimo figl* prenderà forma, diverrà un essere concreto e deciderà di prendere in mano la sua vita, rinnegando tuttavia la figura infantile che era.  Lascerà la scena indossando la parrucca rosso fuoco della tanto amata canante (un hommage a Milva) e uno stretto giubbotto in pelle nera. Tranciando i legami col passato consentirà alla tragedia di prendere il suo corso.  

 

Il regista Alexander Krazer ci sottopone un pezzo teatrale la cui analisi implica considerazioni che spaziano tra diversi ambiti, tenuti insieme visivamente dalla memoria dei dipinti di Karl Plattner e tematicamente dal gioco tra surrealismo e realtà che pare l’unico stratagemma per scardinare le claustrofobiche dinamiche di paese.

Una prima riflessione va all’abuso di medicinali e al contempo al controllo, sia autonomo sia eterodiretto, che la vecchia (das Alte Scheit) mette in scena contando, sistemando e risistemando i flaconcini dei suoi farmaci.

Il legame tra madre e figl* è ambiguo, da un lato i due si completano, il decimo è così diverso dagli altri, ironicamente gioca e aiuta la vecchia nelle faccende domestiche, eppure rimane ingabbiat* dai desideri proiettati su di lei*lui da una donna rimasta sola e incattivita.

Di abbandono e perdita parlano le figure della vedova e della sposa, cromaticamente distinte, nero e bianco, si ritrovano nel loro  grigio alcolismo e nel loro desiderio di annientare il dolore bevendo fino allo svenimento in occasione della festa apres sci.  La tragicità della solitudine della vita montana e della cattiveria di paese pare svanire solo se lubrificata da goliardici sorsi di superalcolici.

Karl Plattner in “Die tote Mutter” raffigura la morte di un’anziana e consunta donna. Il dipinto ha tinte cupe, tetre, l’insieme si regge sulla compostezza della figura e la linearità della composizione. Forse, la vecchia (das alte Scheit), stanca di una vita di solitudine ora che la creatura da lei plasmata, il decimo figlio, ha lasciato la sua gabbietta, anela al decoroso riposo dell’anziana donna dipinta da Plattner, forse.

Tra tristezza e surreale gioco di ruoli nella tragedia solo un gesto, drammatico e catartico, dona libertà ai personaggi, oppure no?