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Politica | Giorno del Ricordo

Parliamo delle Foibe?

Le vittime innocenti è giusto ricordarle, anche e soprattutto in questo Giorno del Ricordo, 10 Febbraio, in memoria dei quasi ventimila italiani torturati e assassinati.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale dell’autore e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
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Foto: w
  • Giorno del Ricordo e delle vittime delle Foibe

    "Canta adesso, maestro"

     

    Urlavano così gli squadristi la sera del 27 dicembre 1936 mentre facevano ingoiare olio di ricino, mescolato con lubrificante per motori usato, a Lojze Bratuz, 34 anni, maestro di canto. Dopo quasi due mesi di terribile agonia, Lojze morì. Ancora oggi sui muri delle città slovene viene scritto il suo nome, quello di un uomo che voleva solo insegnare le canzoni ai bambini nella propria lingua. Ferro e fuoco, un museo degli orrori quello vissuto dalle popolazioni della ex Jugoslavia dal 1941al 1943, iniziato con l'invasione delle truppe tedesche, seguite da quelle italiane e ungheresi. L'inizio di una guerra di tutti contro tutti: guerra di liberazione contro gli occupatori, guerra civile fra ustascia croati, cetnizi serbi, sloveni, partigiani comunisti; guerra rivoluzionaria per la creazione di uno stato socialista; feroci repressioni antipartigiane; sterminio degli ebrei; tentativi genocidari ai danni di popolazioni dell’etnia “sbagliata”. Davvero, nel museo degli orrori non mancò proprio nulla: si tratta di una delle pagine più buie della storia, poco conosciuta se non dimenticata.

    E le vittime innocenti è giusto ricordarle, anche e soprattutto in questo Giorno del Ricordo, in memoria dei quasi ventimila italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale. 

    Perché esistono, eccome, come esiste la Risiera di San Sabba, campo di concentramento e di sterminio nazista, e la Foiba di Basovizza, ormai monumenti da conservare. Ma la memoria va ancora costruita.

    Altri Paesi, come la Germania, hanno mostrato più coraggio nel fare i conti con il proprio passato oscuro. Oggi, dopo più di ottanta anni, più che mai questo coraggio occorre dimostrarlo.

    "La ferocia che si scatenò contro gli italiani in quelle zone non può essere derubricata sotto la voce di atti, comunque ignobili, di vendetta o giustizia sommaria contro i fascisti occupanti; il cui dominio era stato intollerante e crudele per le popolazioni slave, le cui istanze autonomistiche e di tutela linguistica e culturale erano state per lunghi anni negate e represse. Le sparizioni nelle foibe o dopo l'internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani in quelle zone, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini...", sottolinea, nel suo discorso, il Presidente Mattarella.

    "Il mio cuore è in Dalmazia"... è ancora il sentire autentico degli esuli istriano-dalmati, e dei loro discendenti, soprattutto in questa ricorrenza.

    Nostalgia e dolore che non sono mai scomparsi.

    Il 23 dicembre 1946 con una disposizione riguardante i polesani in grado di "reperire un punto di deposito per le loro masserizie" e quelli disposti a trasferirsi nelle province di Trento e Bolzano, il Comitato di Liberazione di Pola dichiarava ufficialmente aperto il grande esodo. Le partenze di massa iniziarono però nel gennaio del 1947, poi proseguite a ondate, su due piroscafi a vapore, il Grado e il Pola, che, giornalmente, colmi di esuli e di masserizie, collegavano il porto di Pola con quelli di Trieste e dell'alto Adriatico...e Fiume, Zara, Pirano, Capodistria. Forse qualcuno vorrebbe anche ritornare, ancora oggi. 

    Quest' estate l'imbarcazione Klizia ha compiuto il suo grande viaggio partendo dalla Sardegna nell’ambito del progetto “Ritorno alla Terra dei Padri”. Una navigazione di oltre 800 miglia che l'ha portata nel Ferrarese, nel Veneto, nella Venezia Giulia e nell’Istria, in cui giunsero le principali comunità di profughi che costituirono anche Fertilia, insieme ai sardi ed agli algheresi.

    Appariva emozionato il Comandante Giulio Marongiu, esule che salutò per l’ultima volta la città di Pola a 8 anni. Non era mai più voluto tornare nella città in cui è nato, troppo il dolore per le sofferenze patite dalla sua famiglia, cui si aggiungeva forse la paura di non riconoscere più le vie in cui da bambino correva con la sorella Laura e gli amici. I profughi istriano -dalmati sono tutt'ora ovunque: in Italia, in Canada, in Australia. Ognuno, con una storia che andrebbe raccontata, e, soprattutto, ascoltata.

    "Vicende complesse", quelle del Confine Orientale, ma non poi tanto. Occorre conoscerle. Solo dalla città di Pola partirono 28.137 dei complessivi 32.000 abitanti. 

    Che sono rimasti lì, con il cuore.

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Simonetta Lucchi Mar, 02/13/2024 - 14:14

Le cifre più condivise sono di 20.000 morti e più di 250.000 esuli, come si può reperire anche in rete. Personalmente ho partecipato a diversi seminari per docenti organizzati dal Ministero, CDEC e organizzazioni di esuli in questi anni, a Trieste, Gorizia e Lubiana, anche qui da noi, e i dati non sono divergenti. In ogni caso, anche fossero inferiori, il contenuto resta.

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