presepe
Foto: www.andreacausin.it
Società | Maltrattamenti

La purezza mai avuta

Perché la “profanazione” o la rimozione dei simboli natalizi desta tanto scalpore? Perché smaschera quello che vorremo essere e non siamo.

Mi ricordo bene il mio primo Presepe. Me lo comprò mia nonna materna, un pomeriggio di dicembre dei primi anni Settanta. Mia nonna uscì di casa, si recò in una di quelle cartolerie che vendono un po' di tutto, nel quartiere dove abitavamo, e tornò con questa cosa bellissima, fatta di legno, sughero, borraccina. E poi i personaggi principali: il bue, l'asinello, Giuseppe, Maria e il bambinello (dicevamo proprio così: “il bambinello”). Noi il presepe lo mettevamo sotto l'albero e a quel tempo gli alberi erano sempre veri alberi, che profumavano d'abete la casa (anzi: il salotto). Andavamo a recuperare le ceste in garage con le palle e gli addobbi dell'anno prima, e dedicavamo un'ora a “fare l'albero”. Alla fine, appunto, costruivamo il presepe e lo popolavamo di pastori e di pecore. Non posso dire che ci fosse traccia di particolare fervore religioso in quelle operazioni. Il consumismo (come orizzonte epocale) aveva già vinto su tutta la linea. Albero e presepe diventavano presto lo sfondo utile ad accatastare i regali, che erano sicuramente la cosa più ambita di noi bambini. Pacchi e pacchetti, da scartare la sera della vigilia o la mattina presto, il giorno tanto agognato. Ovviamente, nessuno a quel tempo parlava del presepe e dell'albero come oggetti in cui si sarebbe depositata una particolare “identità” o persino la nostra “cultura”. Ricordo, anzi, una vaga disputa territoriale, secondo la quale il presepe era una cosa più da Italia meridionale, da tradizione napoletana, mentre l'albero era più nordico, richiamava la neve, le slitte, le renne. Ma si trattava di cose date per scontate, non temevamo che qualcuno avrebbe potuto portarcele vie o che avremmo dovuto difenderle. È cambiato qualcosa, da questo punto di vista? In realtà sì, ma non nel senso isterico che vediamo in questi giorni dilagare in rete (universale ricettacolo della chiacchiera e della stupidità fatta opinione) a causa della foto un po' blasfema che ritrae tre ragazzotti di Bolzano alle prese con inchiappettamenti e fellatio in Piazza Walther e di alberi di Natale censurati senza che nessun musulmano, in realtà, abbia mai chiesto che venissero rimossi. Quello che è cambiato è la riduzione di questi simboli a immaginaria trincea di emozioni e decoro che noi, in primo luogo, abbiamo fatto a pezzi nel modo più indifferente. Ci aggrappiamo a questi oggetti di legno, di plastica e cartone perché tutti i contenuti ai quali alludono sono di fatto evaporati, smarriti, calpestati. Essi diventano perciò il surrogato di un'infanzia e di un'innocenza (potremmo anche dire di una purezza) che neppure è mai esistita. Ed ecco spiegata la rabbia, ecco compreso lo scontento per l'aggressione al mito regressivo del Natale tenuto lì con lo sputo, tanto per coprire la nostra incapacità di essere quello che ci piacerebbe far credere di essere.