Società | Ritratti

Un fumettista a zig zag

Incontro caleidoscopico con il disegnatore, animatore e formatore bolzanino Armin Barducci.

Sono ormai 12 anni che a Bolzano tutto ciò che ha a che fare in qualche con il fumetto transita attraverso Armin Barducci. Con i suoi occhiali, il pizzetto, la statura imponente, Barducci sembra in qualche modo incarnare il mondo disegnato e in gran parte immaginario che lui stesso contribuisce a rinnovare ogni giorno, aiutando ed insegnando i suoi bambini a disegnare, incontrando i ragazzi nei centri giovanili, facendo incursioni tutt’altro che scontate - per un fumettista - nelle case di riposo, nei laboratori protetti e persino in carcere.

Anima tra l’altro anche di Art May Sound, Barducci è un vero protagonista e punto di riferimento della cultura giovanile di Bolzano e, nello specifico, di quel filo rosso che la mette in contatto con il mondo della scuola e delle istituzioni pubbliche. Abbiamo dunque colto l’occasione per incontrarlo, cercando di raccontare la sua storia e soprattutto per capire come si riesca, oggi, a conciliare un ‘mestiere creativo’ con il vortice inarrestabile e caotico del lavoro immerso nel mondo reale dei giovani d’oggi.

Armin Barducci: per un fumettista il fatto di vivere a Bolzano è in qualche modo anche un vantaggio?
Bella domanda. Direi in parte sì. La mia prima scelta è stata infatti innanzitutto quella di tornare a Bolzano dopo aver studiato a Bologna. All’epoca là non c’era molta “condivisione”, tutti si tenevano un po’ le cose per sé. A Bolzano invece sapevo di poter contare un gruppo di interessati nell’ambito, forse meglio un gruppo di “disperati”. E soprattutto - parliamo del 2003 - potevo contare su uno scenario ‘vuoto’ ove costruire. In sostanza avevamo carta bianca. Dal 1997 quando me ne ero andato a studiare in sostanza non era cambiato nulla. E con questi amici allora abbiamo creato una situazione.

Tra gli obiettivi del gruppo c’era anche quello di impegnarsi organizzando dei corsi?
Devo dire che a fare dei corsi ci siamo un po’ ‘ritrovati’. Se c’erano due cose che all’inizio io non avrei pensato di fare queste erano proprio insegnare e lavorare con i bambini. Cose che oggi invece faccio eccome, e devo dire tutto sommato anche abbastanza bene. Ho dovuto imparare a starci, in questo mondo, ma ormai dall’inizio sono passati 12 anni. Tanti miei colleghi hanno mollato quella via lì e anzi devo dire che su Bolzano oggi sono rimasto quasi l’unico. Senz’altro sono quello che spazia di più tra scuola, biblioteche, centri giovani e associazioni.

Al di là del mondo di lingua italiana Armin Bartucci fa incursioni anche in quello di lingua tedesca?
Sì, certamente. Per fare un esempio: recentemente sono stato al Bildungshaus di Schloss Goldrain dove addirittura ho festeggiato il mio decennale di corsi. E di corsi ne ho fatti anche a Novacella, ad esempio.

Una cosa è disegnare, un’altra è insegnare a disegnare. Un’altra cosa ancora è fare l’animatore nei centri giovanili, attività questa che occupa oggi molto del tempo di Armin Barducci. Com’è avvenuto il primo approccio con questo mondo?
Tramite il festival ArtMaySound sono stato invitato per alcuni anni in qualità di autore locale. Tramite Giacomo Morello che lavorava sia per La Strada Der Weg che per la libreria Mardi Gras è saltato quindi fuori il mio nome perché lavoravo con i fumetti e avevo già esperienza di corsi con ragazzi. Il Charlie Brown, centro giovanile de La Strada ha deciso di puntare proprio sui fumetti e allora mi sono trovato coinvolto. Questo è successo 6 anni fa. Si è puntato molto sulla creatività anche se poi con gli anni il centro ha virato puntando molto di più sul monitoraggio del sociale nel quartiere dalle parti di via Sassari a Bolzano.

Ed eccoci ad un altro elemento: l’attenzione alle problematiche giovanili e al disagio. Anche in questo caso Armin Barducci ci si è ritrovato un po’ per caso?
Proprio così. E devo dire che è stato un percorso molto interessante ed interamente vissuto sul campo. Tornavo a casa con la testa completamente piena e mi dicevo: “accidenti, guarda un po’ questi ragazzi che razza di storie hanno”. Pensavo sempre di aver visto il peggio, ma poi man mano scoprivo che in realtà il limite era un po’ più in là. Dopo un po’ mi sono stemperato e sono riuscito a tornare a casa libero e sereno. Comunque.

Bisogna essere molto duttili, insomma.
Proprio così. Dovete tenere conto che contemporaneamente, che ne so, lavoravo anche per Indipendent a Merano dove tenevo corsi per disabili, operando in questo caso come esperto di grafica e organizzatore di gruppi di lavoro molto particolari. Finita l’esperienza a Merano ho iniziato quindi a lavorare in carcere a Bolzano. Sto parlando dell’insegnamento di pittura, disegno, e - recentemente - anche editoria elettronica aiutando a realizzare il giornale del carcere.

Tutte queste attività sono in qualche modo ‘organizzate’?
Con La Strada lavoro nel centro giovanile Charlie Brown, nel progetto Art May Sound e nei campi estivi dell’altro centro giovanile Villa delle Rose. Per resto sono libero professionista e faccio attività nelle scuole elementari e medie, corsi di racconto visuale, live painting, un po’ di tutto. Ho all’incirca circa 300 alunni ogni anno.

Torniamo alla domanda iniziale e approfondiamo. Quali sono i vantaggi della realtà locale per un ‘creativo’?
Il fatto di lavorare in Alto Adige e a Bolzano ti dà soprattutto la possibilità di fare tante cose, da qualsiasi altra parte non sarebbe possibile. Tutto sommato qui ci sono ancora fondi per finanziare ad esempio i corsi nelle scuole. Devo dire che si ha molto da fare, forse anche troppo. C’è infatti una sorta di “effetto domino”: quando vieni chiamato si crea una sorta di passaparola che ti porta da un’altra parte e il tutto si moltiplica. Bisogna stare attenti: se si dice di no anche in questo senso finisce per esserci un effetto domino. Stare all’interno di questo sistema ti dà anche la possibilità di rinnovare e inventare cose nuove. Come ad esempio quello che mi è successo proprio in questi giorni quando sono riuscito ad avviare un laboratorio di Lego, che è un gioco di cui sono un grande appassionato.

Quali gli svantaggi?
Non ho più hobby. È terribile. Ad esempio c’è una cosa che si chiama sketchcrawling che consiste nell’incontrarsi in giro a disegnare in gruppi, anche molto eterogenei, il tutto a scopo esclusivamente ludico. Vuol dire disegnare in libertà, esserci, ma magari stare anche nascosti. Insomma: questa cosa a me piace molto ma è difficilmente monetizzabile e quindi va a finire che la abbandoni.

E il fumettista Armin Barducci alla fine come sta?
Ho avuto tante fasi. Mi sono impegnato tanto, ho fatto parte di un collettivo e dopo 5 anni – come succedete più o meno sempre – ognuno di noi è andato per la sua strada. Sono allora arrivato a pubblicare come autore per una casa editrice, avendo tutti i contatti possibili. Per arrivare poi a scoprire che non ne valeva quasi la pena. Insomma: non ci campi. Non ti rientrano le spese.

Quindi che si fa? Si rinuncia?
No. Quello lo si può sempre fare, anzi. Ogni tanto ti dici, magari quando vai un po’ in crisi: “beh, ho una storia, ho un fumetto, questo almeno lo devo fare”. Bisogna tenere conto che oggi ci sono anche ottimi sistemi di autoproduzione. Recentemente poi mi sono sposato (ndr con una fumettista, incrociata ad Art May Sound nel 2011) e quindi mi sono concentrato molto sulla ‘vita reale’. L’intenzione ora è di avere un’attenzione selettiva alle attività per poter avere anche il tempo per mettere mano e completare i tre libri di fumetti che ho in lavorazione. E uno di questi lo sto facendo insieme a mia moglie.

Ad Armin Barducci piace lavorare soprattutto su fumetti interamente propri, oppure può anche andare l’idea di disegnare su storie altrui?
Ho fatto un tot di esperienze. Direi che tecnicamente sono un autore completo perché prediligo racconti lunghi con molte sequenze. Ultimamente sto lavorando anche su una sceneggiatura di un altro, ma in questi casi devo conoscere la persona ed avere dei patti chiari. Non sono e non posso essere un mero esecutore. La penso così anche perché in questo senso ho avuto alcune esperienze negative, anzi terribili.

Il tuo lavoro nei centri giovanili ti ha portato ad avvicinare il disegno underground, i graffiti e così via. Forme espressive che però oggi, anche e soprattutto a Bolzano, escono allo scoperto in una dimensione ufficiale, formativa, in certi casi quasi ‘istituzionalizzata’. Non è un po’ un tradire le premesse di queste culture libere, urbane e in qualche modo un po’ ‘contro’?
La cultura del graffito è nata come segno di delimitazione del territorio delle bande urbane. Quindi qui questo concetto non ha molto senso dal punto di vista storico.

Quindi a Bolzano il graffito è un trapianto forzato?
Lo è sempre e comunque. Però rimane un tipo di espressione molto interessante. Il fatto che sia uscita allo scoperto non è un male e devo dire che a Bolzano c’è diversa gente brava in queste cose. Io stesso faccio murales e graffiti, insieme a mia moglie e insieme ad amici come ad esempio Hannes Pasqualini e sua moglie. Abbiamo lavorato anche all’ultimo Graffiti Jam qui a Bolzano. Di queste questioni comunque potrebbe dire molto di più Riccardo Rizzo che segue Murarte per la Volontarius, quindi in sostanza il graffito legalizzato a Bolzano. Devo dire che questi processi sono abbastanza diffusi in Europa, ma va anche detto che noi qui in città ce la stiamo giocando abbastanza bene. Pensate che vengono fatti anche dei laboratori sulla scelta e l’utilizzo del muro. Ed è prevista anche l’educazione alla cosiddetta tag, alle firme, che sono proprio quelle cose che normalmente sfuggono alla luce del sole.

I graffiti quindi sono ormai diventati una parte legittima e integrante della coreografia delle città?
Sì. Tenete conto che ad esempio a Bologna sono tantissimi i locali ed i negozi del centro storico hanno le serrande dipinte. I proprietari affidano questi lavori ad artisti che fanno magari non solo graffiti ma anche street art o pittura vera e propria. Lo scopo è quello di evitare le scritte ‘clandestine’. Quelli che scrivono in giro tendenzialmente se vedono qualcosa di già disegnato lo lasciano in pace. In questa maniera si evita la proliferazione dei muri ‘dannati’, cioè inesorabilmente pieni di scritte.

Allargando un po’ lo sguardo, possiamo dire che il ‘paesaggio’ dell’Alto Adige tende inevitabilmente al ‘pittoresco’ e all’effetto cartolina. In più nella nostra provincia anche i muri scrostati sono diventati ormai una rarità. Questa cosa ti infastidisce in qualche modo, in quando fumettista ‘libero’?
Chi se ne frega: ogni luogo ha le sue caratteristiche. Non si deve essere per forza contro. In merito all’estetica non ho grossi problemi. Altro discorso è invece quello della convivenza.

Quali sono invece i rapporti di Armin Barducci con l’arte contemporanea?
Ho deciso di fare il fumettista nel 1990. Non ho fatto scuole per diventarlo ma poi comunque mi sono ritrovato a frequentare il liceo artistico e l’accademia di Belle Arti (pittura). Quindi sono tornato alla cosa che mi sembrava più sincera. Insomma: non voglio che ci sia una terza persona che per un paio di ore deve parlare per spiegare e giustificare quello che io ho fatto. Prima di essere un fumettista in ogni caso io sono uno che racconta storie. Che devono essere per definizione capibili e possibilmente, stampate. Tutto qui.

Le storie di vita incontrate da Armin Barducci nella sua esperienza di animatore rientrano poi anche nella sua attività di fumettista?
Sì. Per quante volte io abbia pensato: “in questo momento non sto facendo il fumettista”, in realtà ho fatto una marea di esperienze di vita che sono diventate utili in questo senso. Uno dei contesti migliori è il carcere: non chiedo mai niente ma c’è sempre qualcuno che racconta. Non raccontano tanto il reato ma la vita. E sono tutte cose che fanno avere una visione globale delle persone e dei loro comportamenti.

Non tutti i fumettisti però sono anche degli animatori o degli operatori sociali.
Siamo pochissimi, è vero. Ed è una cosa collegata in parte al mio percorso personale e in parte anche alla nostra realtà locale.

Con gli altri fumettisti italiani vi confrontate spesso sulle vostre esperienze? 
Tendenzialmente non si parla del ‘vero lavoro’. Nei festival, alle fiere o agli incontri di solito va in scena un’enorme finzione basata sul fatto che tutti noi lavoriamo facendo i fumettisti. In ogni caso direi che senz’altro non fa parte della prassi che fumettisti nella ‘vita reale’ siano (anche) animatori con i giovani o formatori.

Com’è lavorare a scuola? Resta ancora un mondo paludato e un po’ chiuso, ammalato di lezione frontale e dipendente dal mito del bambino coscienzioso e studioso?
Dipende dagli insegnanti. Sono diversissimi. In un tempo brevissimo quando arrivi in una classe devi renderti conto della situazione per calibrarti.

Qual è il percorso scolastico da consigliare a Bolzano ai ragazzi che vogliono coltivare la loro creatività ‘grafica’?
Anche lì dipende sempre molto dall’insegnante. Ho mandato molti ragazzi al Pascoli ma in realtà non so bene che tipo di formazione viene data lì anche perché stranamente non ho avuto tanti contatti con quella scuola. Poi c’è il liceo artistico tedesco o l’Istituto d’arte a Trento. Uno dei miei mestieri comunque è anche quello di identificare i ragazzi con le loro caratteristiche, uno per uno. E magari poi raggrupparli in una dimensione creativa extrascolastica.

Ultima domanda. Qual è l’importanza oggi dei social network come veicolo di diffusione o anche di espressione per i fumettisti?
I social bisogna studiarli e so che si sono tecniche di marketing che però io non conosco. Non so neanche se sto facendo la scuola giusta, a dire il vero. Però ci sono, quello sì. In ogni caso sono convinto che è più utile avere un sito o un blog, a prescindere dai social. Tante persone a livello lavorativo ti cercano e nella ricerca esce quello, non il tuo profilo Facebook. Con il sito tu dici chi sei e invece il social in definitiva è una grande perdita di tempo. Io ad esempio interagisco poco nei social. Metto dentro contenuti originali e anche qualche cavolata. Ma le cavolate in realtà le metto da un’altra parte, cerco di non mischiare le cose, anche perché sennò l’algoritmo di Facebook ti inonda di cavolate. I social sono oggi invece indispensabili per creare campagne di crownfunding. In ambito artistico comunque rispetto a Facebook oggi preferisco altri social. Come ad esempio Instagram.

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L'intervista ad Armin Barducci è stata originariamente pubblicata sull'edizione 2014 di Scripta Manent, l'annuario dell'Ufficio Cultura Italiana della Provincia di Bolzano. La parte grafica del volume è stata realizzata da Clab. La parte giornalistica è stata coordinata da Salto.bz