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Mercati finanziari

Uno spettro si aggira per il mondo

Crisi finanziaria globale: la grande rimozione della Sinistra.
Un contributo della community di Gianluca Battistel20.02.2018
Ritratto di Gianluca Battistel
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Dal superamento della crisi del 2008 le borse di tutto il mondo hanno registrato valori azionari crescenti toccando livelli di capitalizzazione senza precedenti. Ciò è dovuto prevalentemente agli interventi delle banche centrali, in primo luogo la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, che mediante la drastica riduzione del tasso di interesse e l’acquisto massiccio di titoli di stato (quantitative easing, per una somma complessiva superiore a 15.000 miliardi di dollari) hanno facilitato l’accesso al credito delle banche allo scopo di favorire gli investimenti in attività produttive e così rilanciare la crescita economica. Mentre però gli indici borsistici sono cresciuti inarrestabilmente (più del 150 % dal 2008), il PIL dei paesi interessati, ma soprattutto il tasso di occupazione e il potere d’acquisto delle classi meno abbienti hanno segnato aumenti modesti se non nulli, essendo al contrario quasi ovunque aumentate la precarizzazione dei contratti di lavoro e nuove forme di sfruttamento. Il taglio alla spesa sociale imposto dalle politiche liberiste, che dalla crisi finanziaria del 2008 hanno ottenuto ulteriore impulso, ha progressivamente manomesso i meccanismi di redistribuzione della ricchezza e minato il Welfare nelle sue fondamenta, consentendo ai privati di entrare massicciamente in settori come la scuola e la sanità e imponendo ai paesi riforme fiscali tendenzialmente regressive. Infatti, se da una parte aumentano la tassazione indiretta e i costi dei servizi sociali per i redditi medio-bassi, dall’altra si trasferiscono risorse alle imprese in forma di sgravi o incentivi, mentre permane pressoché nulla la tassazione delle rendite finanziarie. Per non parlare delle varie operazioni di salvataggio delle banche a rischio default mediante la mobilitazione di risorse pubbliche a carico dei contribuenti.

L’accesso facile al credito ha naturalmente creato bolle speculative pronte a scoppiare in qualsiasi momento (l’indebitamento privato e statale nel mondo ha superato i 215 bilioni di dollari) e in questi giorni già si avvertono i primi scricchiolii. Rispetto alla crisi del 2008 lo scenario di un crollo generalizzato delle borse è però aggravato dal fatto che le banche centrali non disporranno più dell’arma della riduzione del tasso di interesse, già pari o vicino allo zero, né si vede come possano incrementare ulteriormente l’acquisto di titoli di stato dei singoli paesi per calmierare l’aumento dei rendimenti in quelli a più alto indebitamento pubblico.

Di fronte a simili prospettive la questione della riforma dei mercati finanziari dovrebbe essere al centro del dibattito politico, soprattutto a sinistra. Ebbene, non se ne vede traccia, se non in forma di enunciato di principio nel programma di qualche micropartito comunista. Perché? Che non se ne occupino i partiti socialdemocratici o sedicenti tali è comprensibile: ovunque appiattiti sul paradigma della crescita costante e illimitata, la prospettiva di un crollo sistemico è derubricata a incubo apocalittico scongiurabile rinegoziando, con slancio rivoluzionario, la soglia del deficit al 3 % ritoccandola di qualche decimale. Ma la Sinistra cosiddetta radicale su questo non ha nulla da dire? Tra i pochi che considerano la riforma dei mercati finanziari un obiettivo strategico, qualcuno vorrebbe spiegarci come intende riformare un sistema che crea 100.000 miliardi di dollari di capitalizzazione tra banche, fondi di investimento, multinazionali e speculatori finanziari? Vorrebbe spiegarci, soprattutto, come creare un consenso maggioritario attorno alla riforma più ardita ed epocale che si possa immaginare quando chi ha 100.000 miliardi di motivi per mantenere lo status quo può far leva sulla proprietà diretta dei mezzi di comunicazione (o quella indiretta mediante il loro finanziamento in forma di pubblicità), così esercitando il pressoché totale controllo dell’opinione pubblica su temi di questa natura?

Non esiste politica credibile, tantomeno per chi si ispira al complesso teorico del materialismo storico, che non ponga con assoluto realismo la questione dei rapporti di forza. E se si conclude che proprio per questo motivo i mercati finanziari, come io credo, sono irriformabili e che l’unica prospettiva realistica è quella di una loro implosione, non sarebbe il caso che la Sinistra, invece di rimuovere lo scenario perché troppo terrificante, cominciasse a discutere sul che fare il giorno dopo? Discutere sul che fare, senza buonismi o ingenuità, nella piena consapevolezza delle possibili implicazioni. Davvero pensiamo che con un collasso globale delle borse prima e dell’intero sistema creditizio poi, il dibattito politico continuerebbe a svolgersi ordinatamente nelle aule ovattate delle istituzioni parlamentari? Siamo davvero convinti che in un contesto siffatto lo scontro politico avrebbe luogo solo o prevalentemente nelle sedi costituzionalmente preposte? La crisi del 1929 generò mostri che in Europa nessuno seppe fermare, e anche se la Storia non si ripete mai uguale a se stessa non sfuggirà a nessuno che le società dei paesi industrializzati sono tutte attraversate da rigurgiti fascisti della peggior specie, con forze politiche ovunque in crescita che ne intercettano le istanze più bieche.

Il compito annichilisce, tale è la sua portata. Ma il crollo del sistema produttivo fondato sul libero mercato e la necessità del suo superamento non sono più questioni relegabili alla velleità di qualche partitino extraparlamentare o qualche circolo di critica marxista. E se la Sinistra continuerà a rimuoverle, la Storia verrà scritta da ben altri protagonisti.

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Ritratto di Argante Brancalion
Argante Brancalion 24 Febbraio, 2018 - 22:08

Ti ringrazio; finalmente qualcuno mette il dito sulla piaga. Non sarà la politica a risolvere i problemi di cui essa stessa fa parte. Spero nei movimenti popolari però ancora troppo deboli. L'altra uscita che pure tu sottintendi è una guerra in Europa che poi azzeri tutto. E poi si vedrà. Ma c'è l'incognita pianeta. Ce la farà l'umanità a sopportare un tale disastro?

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