Società | Donne

Equal pay: un problema strutturale

A livello nazionale e locale le donne guadagnano meno degli uomini. E’ un’ingiustizia che va anche contro gli interessi della comunità. Le considerazioni di Alfred Ebner.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
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Foto: Fabio Petrini

Il 4 novembre è stato un giorno particolare. E' stato l'Equal pay day dell'anno in corso, una giornata istituita dall'Unione europea per segnare il momento in cui ogni anno le donne iniziano simbolicamente a smettere di guadagnare, in confronto ai loro colleghi maschi. In Europa le donne guadagnano, infatti, il 16,2 % in meno degli uomini. In Italia e in Alto Adige con il 17% stiamo più o meno nella media, il che non ci fa sicuramente onore, visto che siamo una regione con la piena occupazione. In parole povere: a prescindere da quello che le donne fanno, a parità di livello di istruzione e di mansione, sono sempre pagate di meno.

Qualcuno dirà che le cose sono migliorate con il passare degli anni, che qualche passo è stato fatto e che le donne con una carriera dirigenziale sono ormai una realtà. Visto i numeri e considerando il contesto più generale siamo piuttosto di fronte alla classica foglia di fico, invocata per dimostrare che il problema si sta risolvendo. Dobbiamo però considerare che se questi sono i risultati di trent’anni di lotte, rimane una sola amara considerazione: speriamo di non impiegare altri trent’anni per migliorare veramente la situazione.

Senza considerare che poi il pensiero maschilista si annida in molte considerazioni che portano troppo spesso ad affermare: “La colpa è delle donne. Non devono per forza fare il part time. Non devono accettare i lavori più umili. Non sono costrette a fare figli. Il lavoro di cura è una loro scelta”. Sono affermazioni tirate per i capelli e di sicuro offensive. Per non parlare poi delle contraddizioni che contengono: come si possono conciliare le discriminazioni che sopportano le donne con figli e poi lamentarsi dell'invecchiamento della società dovuto anche alla mancanza di giovani? Purtroppo il lavoro delle donne viene considerato meno di quello degli uomini. Si tratta di un problema strutturale e culturale insito nella nostra società, ancora legata ai vecchi stereotipi. Non esiste nessuna giustificazione o causa oggettiva per questa forma di discriminazione.

E anche nelle mansioni peggio remunerate i posti più "appetibili" sono di solito appannaggio degli uomini. Se mancano le strutture di cura per i bambini e gli anziani, la donna è spesso costretta a rinunciare alla carriera per umile che sia. Ciò si ripercuote poi per tutta la vita: nel presente reddito basso e pochi contributi, in futuro ci sarà la povertà da pensionate. E anche rinunciando ad avere figli e a curare i genitori, i fatti cambiano di poco. Basta essere nell'età fertile, perché scatti un meccanismo preventivo di esclusione all’assunzione e alla carriera. La donna potrebbe, infatti, sempre rimanere incinta, per cui, si pensa, non conviene investire su di lei.

Sono luoghi comuni che non corrispondono alla realtà o sono addirittura contro gli interessi di una comunità. Una società con tanti vecchi e pochi giovani è destinata a scomparire. Costruire asili nido e strutture residenziali per gli anziani è un compito collettivo e perciò di tutti. E’ la mancanza di alternative, che costringe spesso la donna a fare scelte che non sono nel suo interesse. Per non parlare delle donne che cercano di inserirsi in lavori considerati maschili. Esse rischiano di essere travolte dai giochi di potere. Il compito di una lavoratrice “isolata” in un mondo di uomini è durissimo. E a volte finisce male, si resite finché si riesce, ma spesso si lascia il lavoro con un senso di frustrazione e sconfitta.

Il problema vero è il ruolo, l'immagine e la considerazione di cui gode il genere femminile nella nostra società. Su questo difficile terreno una donna singola non può incidere, come insegnano molte esperienze del passato. La sconfitta è dietro l’angolo e per il genere femminile poco è cambiato, nonostante una maggiore consapevolezza e la difesa collettiva dei propri interessi. La cultura dominante individua infatti nella donna un senso materno innato e una voglia ancestrale di occuparsi del lavoro di cura.

Confondere il legame stretto tra mamma e figlia/o, cosa normale per la sopravvivenza della prole - e dove si colloca il padre - con una naturale predisposizione a svolgere il lavoro di cura è alquanto azzardato. E pagare meno le donne per quel tipo di lavoro, visto che - si suppone - soddisfa una loro innata predisposizione è una interpretazione alquanto bizzarra della realtà. Pensare che le donne abbiano una vera e propria vocazione per quel tipo del lavoro è alquanto fantasioso.

Riconosco che è una narrazione un po' sarcastica della realtà, ma nel contempo anche triste. Nonostante le leggi antidiscriminatorie e campagne di sensibilizzazione per le pari opportunità, neppure la società moderna - e apparentemente aperta ed evoluta - è riuscita a eliminare una delle diseguaglianze più insidiose. Tutto questo credo proprio perché frutto di una vecchia visone della società e di un certo modo di pensare.

Se a questo aggiungiamo poi tutte le altre forme di discriminazione - fino alla violenza vera e propria o alla diseguaglianza sempre maggiore tra ricchi e poveri - che colpiscono le donne in maniera particolare, non possiamo di certo cantare vittoria.

Alfred Ebner