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Sul welfare serve un cambio di rotta

Meno "welfare all’ingrosso", più welfare mirato: ecco come la spesa sociale in Alto Adige deve essere ricalibrata.
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Ritratto di AFI IPL
AFI IPL22.12.2021
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La vicedirettrice dell’IPL | Istituto Promozione Lavoratori Silvia Vogliotti sul futuro dello stato sociale, l’obiettivo del benessere diffuso, gli interventi mirati, e la lotta alle disuguaglianze. Servirà una nuova prospettiva, per vedere lo stato sociale come un investimento e non solo come un costo, al fine di tutelare chi già prima della pandemia era ai margini del mercato del lavoro. Bisogna operare col motto “more from less”, ovvero mirare bene per ottenere più efficienza ed efficacia della spesa a fronte di minori risorse.

 

Cominciamo dal futuro: che tipo di scenari si prospettano per il welfare territoriale?

 Silvia Vogliotti: Nel corso di un recente webinar a cura dell’IPL è stato affrontato proprio questo tema, evidenziando che il futuro sarà caratterizzato innanzitutto da minori entrate. Come noto il costo delle attività assistenziali è in gran parte a carico della fiscalità generale e l’attuale crisi economica porterà sicuramente, a fronte della chiusura di tante attività per tanti mesi a un minor gettito, quindi a minori risorse per finanziare il welfare. Questo è il punto di partenza per capire la necessità di un cambio di rotta.

 

In che modo?

Bisogna concepire le politiche di welfare attraverso interventi mirati. Nell’ultimo rapporto del Think tank nazionale Welfare Italia, l’Alto Adige risulta al secondo posto, dopo la provincia di Trento, per efficacia e capacità di risposta complessiva del sistema di welfare. Bisogna riuscire a fare di più con minori risorse a disposizione, come direbbero gli inglesi: more from less. Senza lasciare indietro nessuno.

Bisogna riuscire a fare di più con minori risorse a disposizione, come direbbero gli inglesi: more from less. Senza lasciare indietro nessuno.

E quali dovranno essere le priorità d’azione? 

Occorre focalizzarsi su quei gruppi di persone che hanno sofferto maggiormente di questa crisi pandemica. Parliamo dei giovani, che per lo più vivono in una condizione lavorativa precaria; delle donne, sulle quali spesso ha gravato un doppio carico di cura a causa dei lunghi mesi di chiusura di scuole e servizi per la prima infanzia; degli stranieri che sono frequentemente occupati in quei settori messi fortemente in crisi dal Covid-19 e che generalmente godono di poche tutele; dei disoccupati, soprattutto lo zoccolo duro rappresentato da chi ha perso il lavoro da molto tempo e dunque è difficilmente ricollocabile; delle persone che erano in cerca di occupazione e che non hanno avuto alcun sostegno durante la pandemia perché si trovavano fuori dal mercato del lavoro; e infine delle quote di lavoratori over 55, prossimi alle pensioni, con basse qualifiche.
La pandemia ha colpito in modo asimmetrico, nuocendo le fasce di popolazione più deboli, quelle che già prima della crisi sanitaria erano al margine del mercato del lavoro. 
Altra priorità è aumentare il capitale umano, perché avremo bisogno di personale sempre più qualificato, di percorsi di crescita professionale o di riqualificazione, delle hard skills e delle soft skills, anche sul fronte della digitalizzazione che è risultata fondamentale durante i lunghi mesi di lockdown per poter lavorare, restare connessi, chiedere sussidi ecc. La pandemia ha di fatto acuito il divario digitale (il c.d. digital divide) già esistente, ragione per cui sono necessarie attività di accompagnamento per chiudere o quantomeno ridurre questo gap. In generale serve dare un forte slancio alle politiche attive nel mercato del lavoro. 

La pandemia ha colpito in modo asimmetrico, nuocendo le fasce di popolazione più deboli, quelle che già prima della crisi sanitaria erano al margine del mercato del lavoro. 

Il lavoro è appunto una precondizione per garantire la capacità redistributiva del welfare. Come affrontare il tema nella prospettiva di rilancio del Paese considerando che la crisi relativa al Covid-19 ha provocato da un lato il rallentamento dell’economia (e quindi meno risorse sono state destinate al welfare) e dall’altro la crescita della domanda di protezione sociale (e dunque una spesa maggiore)?

Su questo argomento bisognerà fare un’importante riflessione. L’impatto della pandemia sul reddito delle famiglie - un discorso che riguarda soprattutto le persone che lavorano in determinati settori - è stato molto rilevante. Pongo l’attenzione in particolare sulle famiglie monoreddito che sono quelle che più hanno rischiato di finire in povertà o comunque in difficoltà. Vede, insisto molto sulla conciliazione famiglia-lavoro proprio perché se riusciamo a garantire un’occupazione alle donne che la vogliono, il doppio reddito in famiglia tutela anche da crisi improvvise come quella scaturita dal Covid-19 e dunque da shock economici. Di qui la necessità di lavorare anche sui temi dell’occupazione femminile, come peraltro il governo italiano prevede di fare attraverso il PNRR, e a livello locale anche con lo sviluppo di un piano per la parità di genere per l’Alto Adige. 
In più in Alto Adige c’è il problema - e non da ora - dei working poor, ovvero di quelle persone che pur lavorando a tempo pieno hanno bassi redditi. Bolzano, si sa, è la città più cara d’Italia; il punto è che noi abbiamo dei redditi “italiani”, cioè derivati sostanzialmente dai contratti collettivi nazionali, però abbiamo dei prezzi tipicamente altoatesini, molto alti sia per quanto riguarda la spesa quotidiana ma anche la casa: per molte famiglie già solo riuscire a permettersi un affitto diventa infatti complicato. A nostro avviso occorre dunque rilanciare nella fase post-pandemica la contrattazione di secondo livello, proprio perché è importante adeguare i salari reali a un territorio caro come quello altoatesino. 

 

E in termini di welfare aziendale la natura dei benefit è cambiata con la pandemia? 

È difficile per noi fare un quadro preciso delle politiche aziendali ma c’è una precisazione che mi preme fare. Ho sentito spesso annoverare, a torto, fra i benefit aziendali più diffusi attualmente, lo smart working, che invece è una modalità organizzativa di lavoro. 
Va detto che anche in tema di smart working c’è sicuramente da lavorare sulla contrattazione anche per poterlo sviluppare in maniera adeguata, affinché questo strumento possa entrare nella cultura aziendale quotidiana e non essere utilizzato solo come misura emergenziale. La flessibilità organizzativa, dei tempi e dei luoghi di lavoro, del resto diventerà un tema sempre più centrale in futuro.
Il rischio è però che il lavoro agile diventi una trappola per le donne: Gli uomini tornano in ufficio a tempo pieno e le partner per riuscire a combinare lavoro e famiglia stanno a casa, ma l’equazione “smart working = conciliazione” non è automatica, né sempre vera. “Smart working per tutti” sarebbe la sintesi perfetta, ecco.

 

Il PNRR destinerà al welfare - spesso additato come una minaccia alla crescita del Paese - non meno di 41,5 miliardi di euro. È fattibile un cambio di paradigma nell’evoluzione del sistema verso il modello di “welfare di precisione” (cioè un sistema che arrivi davvero a chi ne ha bisogno), attraverso quegli interventi mirati che citava?

Il welfare è una minaccia alla crescita del Paese solo da chi vede il welfare come un costo, ma bisogna cambiare punto di vista e considerarlo un investimento. Se ad esempio investiamo negli asili nido a guadagnarci sono soprattutto i bambini provenienti dalle fasce socialmente deboli, da famiglie fragili, da famiglie di immigrati con poca conoscenza della lingua del Paese ospitante, per esempio. Se questi bambini vengono supportati fin dalla prima infanzia - e anche i dati Invalsi ce lo dicono - rischiano meno di avere difficoltà a scuola, di avere pessimi risultati, o addirittura di abbandonarla e diventare poi i cosiddetti Neet, giovani che non studiano e non lavorano finendo per ingrossare le fila dei disoccupati di domani, con enormi costi di welfare. Un investimento nell’educazione e nella cura della prima infanzia è un complemento delle future politiche del lavoro per queste persone. Il welfare come investimento sociale. Il cambio di paradigma è questo.

Il welfare è una minaccia alla crescita del Paese solo da chi vede il welfare come un costo, ma bisogna cambiare punto di vista e considerarlo un investimento. 

In che modo le politiche pubbliche che definiscono il welfare state italiano hanno impattato sulle disuguaglianze sociali, ancora così presenti e rilevanti nel Paese, Alto Adige compreso? E più in generale: quali anomalie riscontra nel sistema? 

Il welfare italiano, e quindi anche quello altoatesino, è improntato sulla tutela di una tipologia di lavoratore ormai divenuta anacronistica. Ha infatti come target ideale il lavoratore, solitamente maschio, dipendente a tempo indeterminato e full-time che in linea di massima passava tutta la vita nella stessa azienda. Questo può valere per i 50enni di oggi ma non per chi ha 25, 30 o 35 anni. Si deve considerare che intere generazioni hanno ormai vite professionali diverse, entrano ed escono dal mercato del lavoro, alternano lavoro a momenti di formazione, poi riprendono a lavorare cambiando magari la forma dell’impiego, iniziano come collaboratori a progetto e poi aprono una partita iva o viceversa, tirano avanti con un contratto a termine, ecc. Insomma il loro percorso non è lineare come quello di una volta, ma intermittente, discontinuo. Bisogna perciò ricalibrare il welfare anche su questa tipologia di lavoratori e lavoratrici, altrimenti si rischia di escludere da certe prestazioni le persone che invece ne avrebbero più bisogno. 
 

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