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Dove il cinema incontra l'insegnamento

Intervista al Professor Roberto Farneti, docente unibz e membro del CDA del FilmClub: "Integriamo il cinema documentario e le scienze sociali con la didattica".
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Il cinema:
Foto: Filmclub

Di/von Andrea Dalla Serra

Salto.bz: Professore, qual è il suo ruolo in unibz e cosa lega la sua attività di insegnamento con il FilmClub?

Roberto Farneti: Allora, i motivi sono diversi, noi professori abbiamo degli obblighi di terza missione, ovverosia di interagire con il territorio creando possibilmente buoni effetti di ricaduta delle nostre conoscenze… non siamo ovviamente formalmente obbligati, ma ciascuno secondo la propria vocazione si sceglie un ambito in cui poter costruire relazioni al di fuori, o ad integrazione, delle nostre prime due missioni, che sono la didattica e la ricerca. Il mio interesse per il cinema è di vecchia data, ma ho sempre pensato che il documentario in particolare potesse integrarsi ai media più convenzionali di trasmissione della conoscenza, come la lezione accademica o la conferenza... e ho trovato colleghi in unibz che la pensavano come me, per cui credo che la mia attività con il FilmClub più che un’attività di esclusiva terza missione possa essere considerata un’attività che integra in qualche modo le altre due missioni, in particolare la didattica… il corso che offrirò nella cornice dello Studium Generale, assieme al collega Prof. Daniele Ietri, sul cinema documentario e i temi delle scienze sociali è un’occasione, una tra le tante, per sperimentare le possibilità di questa integrazione…

 

Da dove nasce la sua passione per il cinema?

Credo che il cinema sia una passione diffusa, sia cioè, per la mia generazione innanzitutto, il primo veicolo dell’immagine in movimento a colori, su un grande schermo; per cui si capisce che l’impatto del cinema, l’impatto emozionale di quelle immagini sulla mia generazione è inimmaginabile per un giovane di oggi, un giovane che fruisce in continuazione, per ore e ore ogni giorno, di contenuti audiovisivi che si può scegliere da un menu infinito… anche se parlando di immagini in movimento a colori, devo dire che il primo film di cui ho memoria al cinema è un film in bianco e nero (quando però il colore era la norma): Paper Moon di Peter Bogdanovic, fu la mia prima esperienza di visione di un film in sala, me lo ricordo perfettamente, anche se avevo 7 anni. Per cui forse tutto nasce da lì…

Cos’è cambiato, per il FilmClub di Bolzano, da prima della pandemia ad ora?

Io credo che la cosiddetta crisi del cinema sia cominciata prima della pandemia, a dire il vero non lo credo io, lo pensano un po’ tutti gli operatori, e il FilmClub soffre di questa congiuntura sistemica, non è un caso isolato… è vero che la pandemia ha in certo modo irrigidito i confini delle nostre sfere private, reso meno accessibile quella sfera pubblica che avevamo reinventato negli anni 70, e che oggi si riduce a niente. Allora, in quegli anni là, si iniziava a capire che in quella sfera si potevano fare cose pazzesche, e l’obiettivo era una trasformazione in grande stile della società… i cineforum erano pertinenze di questa sfera, luoghi di aggregazione in cui ogni gesto, come organizzare una rassegna di nuovo cinema tedesco, era politico… oggi, per provare a rispondere alla sua domanda, non possiamo ricreare quel clima, quelle attese, che non ci sono più, e non possiamo puntare, come gli altri, sul puro entertainment… tutto è cambiato, ma l’idea che il grande spartiacque sia stata la pandemia è un’illusione ottica…

Con l’utilizzo sempre più frequente di piattaforme di streaming, come Netflix, Prime e Disney+, quali sono le prospettive del FilmClub?

Ecco, questa è già una risposta alla sua domanda precedente, aspettavo che ci arrivasse lei… le piattaforme nascono perché c’è un mercato, in un mondo in cui l’intrattenimento, come l’altra attività che dell’intrattenimento è la sorella gemella, la politica, si è privatizzato, non esistono più luoghi in cui ci si possa aggregare per poi elaborare un’azione collettiva, luoghi come i partiti, gli oratori, i circoli cittadini, i cineforum, sono infinitamente meno attraenti rispetto a quei luoghi contemporanei che non aggregano, che sono invece contenitori di eventi, dove l’evento è l’opposto dell’aggregazione, è un punto nel tempo, un attimo che lascia un vago ricordo, non una struttura di relazioni… ecco, in questo deserto si tratta di costruire una proposta che non può avere la stessa forza di quella che costruirono a suo tempo i fondatori del FilmClub, dunque non una proposta di aggregare gente in uno spazio pubblico, che non esiste più, ma la proposta, più semplicemente, di un uso socialmente intelligente del proprio tempo, coinvolgendo soprattutto i giovani, che in larga parte, qui a Bolzano, sono studenti di unibz, membri delle associazioni studentesche… l’idea allora è quella di cominciare invitando i loro rappresentanti a una riunione del nostro Vorstand e ascoltare le loro idee…

 

Quali sono i punti di forza nella visione di un film al cinema, invece che sul PC o in TV ognuno a casa propria?

Direi che qui si rischia di dire banalità, perché non si tratta di convincere la gente che è più bello e interessante vedere un film sul grande schermo, è completamente ovvio… e la gente lo sa benissimo, perché altrimenti non si spiega perché ai film festival, che sono luoghi in cui si guardano film e allo stesso tempo ci si aggrega, le sale siano normalmente piene… magari meno di quanto non accadesse prima della pandemia, ma i numeri stanno tornando a crescere, l’anno scorso a Venezia ricordo le lamentele delle migliaia di persone che erano rimaste fuori, era impossibile prenotare i biglietti… bisogna allora solo ricreare quel clima di attesa, rendere attraente la visione di un film costruendoci intorno un evento più ampio, un evento di quelli a cui non si può mancare…

Il FilmClub può essere inteso come punto d’incontro trasversale tra i tre gruppi linguistici della Provincia?

In realtà, stando tanto tempo coi miei studenti che hanno 20 anni, perdo un po’ la prospettiva della realtà locale, perché a questi ragazzi basta andare sei mesi in Erasmus per tornare con una percezione molto ridimensionata di questa divisione in gruppi linguistici… dall’Erasmus si ritorna sensibili ad altre divisioni, che non riuscivamo a vedere prima, le divisioni tra noi e gli altri, che sono gli immigrati, le divisioni di classe, divisioni create dalla mancanza di opportunità per segmenti sempre più ampi di popolazione… andare in Erasmus serve a questo, ad aprirsi al mondo… e anche andare al cinema, è un po’ la stessa cosa…