Politica | Science Café

Partecipazione? Sì, ma non troppa

La vecchia politica basata sulla democrazia rappresentativa è da tempo in crisi. Ma l'ipotesi di un allargamento della base partecipativa si scontra ancora con pregiudizi e resistenze.

Si è discusso di nuove forme della democrazia, ieri sera, sulla bella terrazza dell'Eurac, nell'ambito di Science Cafè. Il titolo dell'incontro era “Ha ragione chi grida più forte?” e a parlarne, oltre che alla ricercatrice e giurista Martina Trettel, il sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli e il giornalista Arnold Tribus. La moderazione era affidata a Matthias Mayr, conduttore radiofonico di Rai Südtirol.

Nella sua introduzione, Trettel ha cercato di sgombrare il campo da un possibile equivoco, distinguendo con accuratezza i termini democrazia diretta e democrazia partecipativa. Con la prima espressione, ha spiegato, vorremmo riferirci a un processo decisionale sostanzialmente privo di mediazioni, in ultima istanza coincidente con un regime di permanente consultazione popolare. Si tratterebbe così di una radicale contestazione dei meccanismi che regolano la democrazia rappresentativa, che al contrario non viene disconosciuta dai fautori della democrazia partecipativa. Considerando quest'ultima prospettiva, Trettel ha dunque messo in luce come la progressiva implementazione di tecniche e modalità di coinvolgimento popolare nei processi decisionali debba essere intesa nel senso di un “aiuto” dato dai cittadini alla politica tradizionale, rendendo più proficua e meno conflittuale la comunicazione tra governati e governanti.

La distinzione suggerita e argomentata dalla Trettel non è stata però ben compresa dal sindaco e da Tribus. La discussione infatti ha preso da subito una piega neppur troppo velatamente ostile all'ipotesi di allargamento dei processi decisionali al di fuori delle sedi canoniche nelle quali essi si esplicano. Un esito paradossale, visto che proprio Gigi Spagnolli, almeno all'inizio, aveva provato a schizzare un quadro evolutivo del concetto di democrazia, assomigliando molti degli eletti (e come si suol dire: escluso i presenti) alla casta nobiliare formalmente eliminata con l'introduzione della democrazia rappresentativa nell'epoca dei partiti di massa.

Trettel ha tentato di controargomentare citando esempi concreti (quanto sta avvenendo nel piccolo comune di Malles, dove ai cittadini viene permesso di decidere sull'allocazione di una parte delle risorse previste dal bilancio, oppure in Toscana, regione che ha varato una legislazione specifica in tema di democrazia partecipativa). Ma né il sindaco né tantomeno Tribus – quest'ultimo, anzi, addirittura insofferente verso qualsiasi ipotesi di coinvolgimento del “popolo” al di là della rituale cerimonia delle elezioni quinquennali, a meno che non si tratti di questioni di interesse generalissimo – si sono dimostrati particolarmente sensibili. A un certo punto, poi, Spagnolli ha citato addirittura Luis Durnwalder come fulgido esempio di politico incline a praticare un concetto partecipativo di democrazia: “Ascoltava i cittadini durante le sue udienze mattutine, ne comprendeva le esigenze, per questo poi poteva decidere meglio”. Qualcuno, tra il pubblico, non è riuscito a trattenere una risata.

Alla fine Trettel è tornata a considerare i dubbi proposti contro il concetto di democrazia partecipativa, in primo luogo quello di aprire un varco alla “dittatura della minoranza” (“Chi partecipa è espressione di gruppi di pressione organizzati meglio di altri, in pratica nulla di diverso dal lobbysmo”, aveva detto Tribus). “Certo – ha spiegato la ricercatrice – occorrono delle regole che selezionino la partecipazione in modo da ridurre il ruolo di gruppi di potere costituito. In questo senso esiste il metodo del sorteggio, consentendo dunque a cittadini che generalmente non sono abituati a farlo di accedere ad una discussione pubblica, e questo dovrebbe poi stimolare anche altri a prendere l'iniziativa”. La sensazione, però, è quella di essere davanti a un percorso appena cominciato, e le resistenze della “vecchia” politica (e della “vecchia” filosofia dell'informazione) a cedere anche piccole quote di potere, nonostante il discredito ormai generalizzato verso questo tipo di attività, risultano ancora particolarmente ostinate.


 

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Claudio Degasperi Gio, 06/26/2014 - 11:44

interessante parallelismo tra le differenze del concetto di eunomia à la Durnwalder e quello di isonomia con il sorteggio a rotazione delle cariche accennato da Trettel. Dall'aristocrazia alla democrazia, senza però tener conto che esistevano anche forme rette di governo aristocratico e esistono forme deviate di democrazia. Un buon Governo è di qualità al di la di criteri e forme, quando dimostra di perseguire esclusivamente il bene comune.

Gio, 06/26/2014 - 11:44 Collegamento permanente