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Patti chiari, amicizia lunga

Quella che va costruita è una realtà di coordinamento democratico di cui oggi avvertiamo l’assenza. Passando per la toponomastica, il Konvent e la futura Europa unita.
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E se provassimo a scriverla la letterina a babbo Natale di cui parla Toniatti? Durni scende sotto Salorno, segno che bisogna muoversi e offrire qualche spunto a Riccardo per la sua relazione di minoranza in Konvent. Le cerimonie del 5 settembre 2016 a Trento e Bolzano per i 70 anni dell’accordo Degasperi-Gruber hanno messo in tutta evidenza l’esigenza di por fine ad una stagione, quella in cui la potestà autonomistica derivava da concessioni (potenze vincitrici, governi italiano ed austriaco, unione europea) più che da un moto di popolo, manifestatosi, e in tempi diversi, solo con l’adunata dell’ASAR a Trento e della SVP a Castelfirmiano. Ricondotto alla sua essenza infatti, l’accordo italo-austriaco era inteso a salvaguardare i diritti delle minoranze sul territorio dell’attuale provincia di Bolzano, della quale nel 1946 non facevano parte i comuni della bassa atesina, e quindi non può essere richiamato a fondamento di un’autonomia, quella trentina, che ha ben altre e più antiche origini.

"E’ tragicomico che si proponga una riforma del titolo V senza mettere mano alle Regioni a statuto speciale"

Paolo Prodi, nel ribadire il suo no senza appello alla pseudo riforma costituzionale bocciata dai cittadini, sottolineava che il testo proposto non affrontava “i problemi lasciati aperti dopo la fine della Seconda guerra mondiale, non modificando il regime delle Regioni a statuto speciale. E’ tragicomico che si proponga una riforma del titolo V senza mettere mano alle Regioni a statuto speciale”. La forma è sostanza, possiamo aggiungere; statuti approvati a Costituente, chiusa, quasi fuori tempo massimo, in un pomeriggio, senza preamboli che motivino le diverse specialità. Renato Ballardini, autorevole esponente della generazione che ha provveduto a rendere operativo l’impianto autonomistico, ha affermato di recente ( “Il Trentino” del 7 settembre) che per uscire dalla crisi in atto “La soluzione è in un'Europa federale, con un tesoro ed un patrimonio unico, che assorba i debiti dei singoli stati, che li risani con un sistema fiscale equo ed efficiente”.

Può un simile processo prendere forma senza una convinta adesione popolare? E’ ancora Ballardini che ci rammenta che la madre di tutte le battaglie è quella contro un potere accentrato in poche mani: “una realtà occulta che va smascherata e che costituisce la vera fonte delle risorse necessarie per risanare i debiti pubblici e per finanziare le iniziative economiche volte a curare un mondo in cui l’enorme ricchezza già esistente sia più equamente distribuita”. Ha ancora un senso, in tale contesto, la difesa della specialità autonomistica delle due Provincie di Trento e Bolzano? La risposta è affermativa, in quanto un impianto federale per definizione poggia sulle basi di governi territoriali solidi ed orgogliosi della propria identità. Viene spontanea una domanda: va in questa direzione l’accentramento dei poteri che si va definendo? Quella che va costruita, con una paziente opera di coinvolgimento dei soggetti più deboli, è una realtà di coordinamento democratico di cui oggi avvertiamo l’assenza.

A quanti a vario titolo sono preposti a disegnare il percorso verso il terzo statuto di autonomia di una regione in cui i gruppi linguistici vivono da separati in casa, il contesto nazionale ed europeo vive forti spinte centralistiche e la crisi economica colpisce i più deboli, i suggerimenti per un ordinamento regionale del rivoluzionario Michael Gaismair, vecchi di cinque secoli, potrebbero ancora dire qualcosa, a cominciare dall’incipit: “innanzitutto dovete promettere e giurare di mettere insieme vita e beni, di non dividervi l’un l’altro, ma di sopportare insieme vantaggi e svantaggi, di agire dopo esservi consultati fra voi.. tutti i privilegi devono essere aboliti… nessuno deve essere avvantaggiato rispetto ad altri”. Concetti attuali, in tempi di vitalizi. Proseguendo nella lettura della Landesordnung di Gaismair, nell’ottima traduzione che ne fece Hildegard Eilert nel 1988, leggiamo che per abbattere i costi si propongono poche comunità territoriali con poteri giurisdizionali. Dati i tempi nuovi (in mezzo millennio molta acqua è passata sotto i ponti dell’Adige) si potrà discutere sull’attualità della proposta di fare di Bressanone la sede del governo e dell’Università del Land e di Trento il luogo in cui organizzare “le arti e i mestieri” ma non certo sul fatto di entrare nel merito delle questioni che toccano la vita quotidiana.

La storia può venire quindi in aiuto: Merano fu la capitale morale del moto rivoluzionario più significativo dell’età moderna, luogo in cui la dieta contadina si riunì nel 1525 per stendere i 64 articoli considerati dalla storiografia il punto più avanzato sul fronte meridionale della guerra dei contadini (segnalo, dalla vastissima bibliografia, gli atti del comitato di contatto per l’altro Tirolo del 1982 e la sintesi “ Da Muntzer a Gaismair” di Italo Michele Battafarano del 1979). Oggi, le ragioni dello stare insieme, la molla che mosse allora il popolo, non sono venute meno, sono solo entrate in una scala diversa, quella del contesto globale. Dopo un 5 settembre da separati in casa (Trento con la Consulta su di un binario morto, Bozen chiusa in un Konvent in stato d’assedio da parte dei gruppi isolazionisti) ci rimane Merano, con l’iniziativa della memoria storica a Castel Tirolo ( all'inaugurazione ero l'unico presente del Trentino) e con l’attualizzazione hoferiana di San Leonardo in Passiria.

Una regione plurilingue che volesse essere esempio di convivenza a livello europeo dovrebbe partire da lì, visto che al declino degli Istituti di ricerca trentini (ISIG-ISR) pare non sia possibile porre rimedio: dare vita ad un centro studi dal valore simbolico (magari intestato ad Alexander Langer) in cui assieme, tutti i gruppi linguistici, pensino a disegnare gli scenari futuri, quelli che daranno vita alla regione dolomitica, ad una convivenza che, come disse Piero Agostini, continua ad essere “rinviata”. I tempi sappiamo non sono maturi per andare oltre un auspicio: dall’arco alpino centrale, punto di osservazione speciale da cui registrare ciò che si muove nel vecchio Continente, ci giungono ultimamente segnali di fumo non proprio rassicuranti; se ne fa messaggero Riccardo dello Sbarba, un toscano ben impiantato in Sudtirolo, con il suo diario messo in rete. Stante ai resoconti di ciò che accade nella Convenzione e in Consiglio provinciale, pare che per parte tedesca (è il vecchio Durni a farsene portavoce) della vecchia Regione Trentino Alto Adige non si voglia più sentir parlare.

L’arresto del dialogo fra i tedeschi e gli italiani delle valli alpine non deve sorprendere, se considerato nel più generale fallimento dell’unione europea a cui stiamo assistendo.

L’arresto del dialogo fra i tedeschi e gli italiani delle valli alpine non deve sorprendere, se considerato nel più generale fallimento dell’unione europea a cui stiamo assistendo. Gli spiriti più avvertiti avevano da tempo messo in guardia rispetto ai facili entusiasmi federalisti su cui oggi, dalle pagine del Corriere, Galli della Loggia cala il suo giudizio severo. Correva l’immediato dopoguerra quando Ernesta Bittanti, ad una missiva con richiesta di adesione al M.F.E. speditagli da Altiero Spinelli, rispondeva che parlare di Europa unita senza la Russia era come mettere il carro davanti ai buoi. Ed ecco oggi, di fronte alla prospettiva di un’Europa a trazione tedesca, riemergere in tutta la sua grandezza la questione secolare di una Germania insieme gigante economico e nano politico.

E qui, nelle valli alpine, in cui comincia a soffiare un vento gelido diverso dal tradizionale phon, come reagire, se è possibile ancora reagire, ai nazionalismi ritornanti? Intanto facendo piazza pulita delle false narrazioni che riguardano il recente e meno recente percorso delle autonomie. Sorprende che Renzo Gubert, un sociologo allievo di Franco Demarchi, il quale, ancora nel 1968, in “Sociologia di una regione alpina”aveva ben colto la complessità di questa terra di confine , si limiti a considerare i trentini “mezzo italiani e mezzo tedeschi ; il dato consegnatoci dalla storia è quello del Trentino e del Tirolo come due regioni di confine, l’una italiana e l’altra germanica, come sancito fin dai tempi di Augusto. "Patti chiari amicizia lunga", recita il motto popolare; e i patti reggono se alla loro base vi è una comune valutazione degli accadimenti lieti e meno lieti che specie nel “secolo breve” hanno viste protagoniste le popolazioni.

Le questioni geopolitiche, in primis la toponomastica, a lungo rimosse, tornano prepotentemente d’attualità ed è responsabilità delle forze politiche che hanno dominato la scena l’aver ridotto il tema dell’autonomia ad un mito lontano dalla realtà effettuale

Le questioni geopolitiche, in primis la toponomastica, a lungo rimosse, tornano prepotentemente d’attualità ed è responsabilità delle forze politiche che hanno dominato la scena l’aver ridotto il tema dell’autonomia ad un mito lontano dalla realtà effettuale. Nel momento in cui "Il fatto quotidiano" annuncia che presto a Bolzano verrà ammainato il tricolore, torna d'attualità il titolo "Bandiera rossa al Brennero" dato dal giornale "Liberazione nazionale" al testo steso dal primo sindaco di Trento liberata, per il congresso socialista di Firenze, contenente la proposta di due regioni distinte ma non distanti,fra loro consorziate. Nella prospettiva, per ora molto lontana, di una futura Europa unita, questa rimane la strada maestra per rendere meno accidentato il già difficile cammino delle tradizionali autonomie. Se il “Frame” entro cui si vince o si perde in termini di civiltà, come sottolineato da Ballardini, è l’Europa, i popoli devono riappropriarsi della sovranità, non delegandola più a rappresentanze delegittimate; esercitando quella democrazia diretta che sola permetterà una ripresa. Solo con la rivoluzione dell’uomo comune, come scrisse lo storico praghese Josef Macek per la Bauernkrieg, si potrà dar vita alle utopie concrete pensate da Alex Langer.

Vincenzo Calì, nato a Milano nel 1945, è uno storico e docente di storia contemporanea all'Università di Trento.

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Ritratto di alfred frei

Questo articolo somiglia al Föhn (non phon - sic !), un vento di caduta caldo e secco che si presenta quando una corrente d'aria, nel superare una catena montuosa, perde parte della propria umidità in precipitazioni (pioggia, neve o altro). Quando la corrente sale verso l'alto, infatti, l'aria si espande, si raffredda: se l'umidità in essa contenuta viene persa (sotto forma di nuvola e/o precipitazioni), l'aria, nel ricadere sul versante opposto arriva a valle con una temperatura più alta di quella di partenza. Infatti nella narrazione del prof. Calì possiamo trovare tutto il tragitto del vento autonomistico, compreso, in senso metaforico, le ragioni del stare insieme da Michael Gaismair ad Alex Langer. Purtroppo il coordinamento del pensiero non è il massimo.

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