Politica | Suffragio universale

Per gentile concessione

Un convegno a Palazzo Ducale celebra i 70 anni del diritto di voto alle donne. Maria Pia Casalena (Università di Bologna): "C'è di nuovo un grande bisogno di uguaglianza"
00-web.jpg
Foto: IoDonna

E' nata la Repubblica italiana” è l'immagine simbolo scattata all'indomani del 2 giugno 1946, quando il referendum monarchia-repubblica e l'elezione dell'Assemblea Costituente videro le donne partecipare al loro primo appuntamento elettorale su scala nazionale – con l'eccezione del Sudtirolo che dovette aspettare il 1948. Per celebrare i settant'anni del suffragio femminile in Italia, il Commissariato del Governo di Bolzano in collaborazione con il Centro di competenza di Storia regionale dell'unibz ospiterà quest'oggi a partire dalle ore 17.30 presso Palazzo Ducale a Bolzano un incontro pubblico dal titolo “Settanta anni dal voto alle donne. Riflessioni storiche tra Italia e contesto europeo”. Relatrici Maria Pia Casalena, docente presso il Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell'Università di Bologna, e Birgitta Bader-Zaar, docente di Storia moderna all’Università di Vienna, moderate dello storico Andrea Di Michele. In vista del convegno di questa sera abbiamo posto alcune domande alla docente di storia Maria Pia Casalena.

 

Salto.bz: Prof. Casalena, in Italia i diritti politici sono stati una vera conquista delle donne – come per le suffragette in Inghilterra – oppure una gentile concessione? Facendo un inquadramento storico, qual è stato il percorso pre-1946?
Maria Pia Casalena: Non ci si è arrivati del tutto ex abrupto, nel senso che il suffragismo per quanto minoritario era una corrente del femminismo italiano sin dal 1865. Però era una corrente assolutamente minoritaria anche per le donne. Dopo la Prima Guerra Mondiale, con la grande mobilitazione del fronte interno dove alcune femministe (imitando proprio le suffragette inglesi) avevano chiesto la costituzione di un corpo para-militare, effettivamente sia il governo italiano agli ultimi governi liberali, in particolar modo Vittorio Emanuele Orlando, sia Mussolini fondatore del fascismo ancora rivoluzionario avevano promesso il voto alle donne. E fu anticipato in effetti nel 1919 da una legge che aboliva la tutela maritale, e da un'altra che apriva tutte le carriere lavorative alle donne. Benito Mussolini fece questa promessa circondato da molte donne avanguardiste rivoluzionarie, nell'ambito però d'un fascismo ancora repubblicano e anti-sistema. Lo stato liberale aveva una proposta di legge che si arenò al Senato – perché si era fatto il '21-'22, c'erano cose più gravi e urgenti su cui dibattere – e poi i governi caddero con la Marcia su Roma.

 

Anche nella Carta del Carnaro di D'Annunzio figurava un punto sul voto femminile.
La Prima Guerra Mondiale è un'epoca di grande visibilità per le femministe, soprattutto nel Nord Italia, e molte si staccano dal socialismo proprio in quell'occasione diventando delle ferventi interventiste e molte sono con Gabriele D'Annunzio a Fiume. Ed era comune questa proposta rivoluzionaria di far votare le donne, per quanto la cultura politica sia di D'Annunzio che di Mussolini fosse sostanzialmente misogina. Poi con il fascismo-regime questa promessa non venne del tutto meno, perché nel 1925 fu concesso il voto amministrativo alle donne – che poi non si esplicò per nessuno perché l'anno dopo fu introdotto il regime podestarile. Nell'ambito delle leggi fascistissime ci fu tale allargamento del suffragio amministrativo. Si riteneva per le donne almeno a livello locale che il voto amministrativo fosse una proiezione più accettabile della casa. Mussolini nel 1925 ancora non aveva esplicitato la sua ideologia, il suo progetto demografico e di ritorno alla maternità sono del 1927, quindi al culmine del consolidamento del regime.

 

Quando si torna a parlare del suffragio femminile?
Subito dopo la svolta di Salerno. In seno al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale, ndr), nel secondo governo Bonomi i socialisti e gli azionisti sono usciti, quindi un governo che poggia sostanzialmente su DC e PCI, e sui liberali. I liberali erano contrarissimi al diritto di voto alle donne, così come azionisti e repubblicani, i socialisti erano combattuti. Anche molti comunisti erano contrari, perché si riteneva che sarebbe stato un voto clericale, nero, pretesco, conservatore. Infatti Togliatti portò avanti quest'idea sostanzialmente da solo contro la sua base.

 

Si attribuivano caratteristiche conservatrici a un voto che non si era mai esplicato...
Soprattuto perché nel frattempo c'era la Democrazia Cristiana, che era invece unita nel volere il voto alle donne. Se da parte di Alcide De Gasperi sembra naturale, da parte di Palmiro Togliatti ci si deve riferire a un ragionamento più di lunga durata: ovvero, alle prime elezioni probabilmente le donne voteranno cattolico, però se noi le emancipiamo e le facciamo entrare sulla scena politica, si avvicineranno per forza di cose ai partiti laici.

 

Questo dibattito all'interno del CLN come si concretizzò?
Nel 1945 fu approvato in fretta e furia il decreto, che però aveva una particolarità: dava solo il diritto di voto attivo. Il diritto di voto passivo fu concesso soltanto nella primavera del 1946. Le famose 21 elette all'Assemblea Costituente ebbero molto poco tempo per fare campagna elettorale. Il risultato del 5% di rappresentanza femminile tra i costituenti è assai lusinghiero. Anche perché sino a tutti agli anni Sessanta la percentuale del 5% di donne elette raramente sarà superata.

 

Ci furono anche elezioni amministrative con le prime due sindache elette.
Già prima del 2 giugno, però appunto si trattava del voto amministrativo, quello su cui fin dall'Ottocento si diceva che fosse in fondo come amministrare la casa.

La dimensione comunale come estensione della dimensione domestica. Quando ci fu una svolta culturale nella rappresentanza?
Una svolta vera, a livello di cultura della rappresentanza, che abbia superato le caratteristiche demografiche stesse dell'Italia non c'è stata a tutt'oggi, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno delle quote rosa. Invece le femministe emancipazioniste erano tutte convinte che dando il voto alle donne metà dei parlamenti sarebbero stati composti da donne, questa è stata la grande illusione mondiale. Poi c'è un altra cosa che secondo me andrebbe messa in luce.

Prego.
All'epoca si precettò il diritto di voto come un dovere, cosa che sarebbe continuata. Per le donne il dovere fu più sentito che per gli uomini. Nel 1946 votò quasi il 90% delle aventi diritto.

Come interpreta questo dato?
Non c'è una spiegazione univoca. Le cattoliche, le candidate in primo luogo, fecero una grande propaganda nel dire che il voto era il completamento della mansione coniugale. “Noi col voto difendiamo la famiglia, la società, la religione”, quindi una parte dell'elettorale sicuramente massiccio. Poi c'era invece tutta la parte che sentiva il voto come la conquista e il punto d'inizio: le resistenti, partigiane, sindacaliste, lavoratrici.

Lei sostiene che una svolta vera non ci sia mai stata. Nemmeno dopo il Sessantotto?
Il femminismo degli anni Settanta in gran parte rifiutava le istituzioni. In quegli anni la presenza femminile più significativa è indubbiamente quella del Partito Radicale. C'è stato un rifiuto proprio del scendere a patti con partiti, anche con quelli extraparlamentari come Lotta Continua. Proprio la forma partito era patriarcale. Le donne combattevano con gli uomini quando si trattava di occupare le case, quando si parlò d'aborto vollero stare da sole anche a costo di spaccare la stessa Lotta Continua.

E nel Partito Comunista?
In realtà, la storia politica delle donne nell'Italia repubblicana è ancora tutta da studiare. Soprattutto quando si varca il delitto Moro, il terrorismo, gli anni di piombo, e si entra negli anni Ottanta. La crisi di una svolta nella rappresentanza, per quello che poteva essere il genere, si è verificata proprio a partire dagli anni Ottanta, con la rimontata di un pensiero maschilista, carrierista, liberista... che di sicuro non favoriva la rappresentanza femminile.

Quando si è sentita l'esigenza di rafforzare la rappresentanza femminile con strumenti appositi?
Secondo me hanno agito molto le pressioni di ordine internazionale. Il femminismo internazionale, le conferenze delle donne, il discorso sugli svantaggi delle donne, sulle azioni positive. Non solo sull'Italia. I paesi dove è più sviluppata la rappresentanza femminile sono quelli dell'Africa subsahariana, più dell'Occidente.

C'è più consapevolezza oggigiorno su questi argomenti? Gli atti simbolici, come la parità di genere nel governo o nelle liste elettorali, rappresentano solo specchietti per le allodole?
Tra le mie studentesse che hanno 22-23 anni, in generale, c'è un netto rifiuto delle quote rosa. E poi secondo me si è svalutato, ma per ragioni più generali, lo strumento “voto”. Se lei ci fa caso, la questione femminile non sta al centro di nessun partito. Io ho quarant'anni, per me vi possono essere anche delle conquiste, ma per le ventenni non lo sono assolutamente, la chiamano carità, come se il meccanismo di cooptazione – sono i partiti che decidono gli eletti come sempre con queste riforme – non portasse a una rappresentanza efficace. Io trovo che c'è molta esigenza da parte delle giovani generazioni di acculturazione di genere e di assoluta eguaglianza. E questo ci riporta a un femminismo che effettivamente si batteva per il diritto di voto, per la riforma del codice di famiglia, quel femminismo messo un po' in ombra durante gli anni della differenza, del separatismo. Oggi c'è di nuovo un grande bisogno di uguaglianza, perché le donne si sentono svantaggiate. D'altra parte, nel 1962 una donna italiana poteva votare ed essere votata in Parlamento, ma né divorziare né abortire, se si sposava poteva essere licenziata, non poteva fare il magistrato. Quindi c'è sempre questa sfiducia nel diritto politico, che non dà la pienezza del diritto civile e – cosa che si sente oggi nuovamente molto – del diritto sociale.

Quindi il femminismo della differenza e quello dell'uguaglianza sono in antitesi?
Il femminismo della differenza si sviluppò storicamente quando l'uguaglianza, almeno sulla carta, era stata conquistata. Adesso quest'uguaglianza (che sulla carta c'è) si è persa di nuovo, e si parla di gender gap, di femminicidio, di donne separate che fanno più fatica degli uomini, di difficoltà lavorative maggiori, di perdita di diritti sociali. Serve una battaglia per l'eguaglianza di opportunità, che non sia soltanto una bandiera istituzionale o uno slogan, ma sia concretamente sentito nel tessuto civile e sociale.

Su cosa si concentrerà la sua relazione bolzanina?
Sul tema della concessione e delle previsioni che erano legate a questa concessione, sul fatto che la cittadinanza politica non abbia significato cittadinanza civile e sul comportamento delle donne sempre il 2 giugno 1946. La partecipazione delle donne fu dell'89%, di diversi punti superiore agli uomini che fu poco sopra all'80. Certo, partecipazioni oceaniche che noi oggi ci sogniamo.

Possiamo considerare il voto del 1946 e la Costituzione del 1948 uno spartiacque?
Certamente. Perché poi si è aperta la strada che finisce con la riforma del Codice di famiglia del 1975, con la conquista della cittadinanza civile. Ricordiamoci che la dote fu definitivamente abolita soltanto nel 1975, che l'OMNI creato dal fascismo fu abolito con la riforma sanitaria nel 1974. La Costituzione, che p.es. all'articolo 3 rifiuta ogni discriminazione per sesso, è stata congelata non solo per le donne ma anche per gli uomini: lo Statuto dei Lavoratori è del 1970. Anche le Regioni sono state applicate dagli anni Settanta in poi. Si scongelava la Costituzione. Le attuali riforme non riguardano però la parte dei diritti – che la rendono la Carta più bella del mondo – bensì l'architettura istituzionale. Molto della Costituzione non è stato applicato.

La cittadinanza interessata all’evento potrà aderire all’iniziativa prenotandosi via mail a [email protected] oppure telefonando allo 0471 294450 (i posti sono limitati).