Società | Sicurezza sul lavoro

“Sicurezza uguale formazione continua”

Antonio Vaccaro e lo Sportello della Cgil/Agb. L’alto tasso di infortuni in Alto Adige, la piaga nazionale, le malattie professionali e i rischi dell’invecchiamento.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
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Foto: ©Pixabay / Joffi

Antonio Vaccaro, lo Sportello sicurezza è una realtà consolidata per la Cgil/Agb. Di cosa si occupa?
Lo Sportello sicurezza (www.cgil-agb.it/it/servizi/sportelli-sicurezza) è un servizio a disposizione dei lavoratori. Trae origine in passato dall’attività condotta all’interno del nostro sindacato per gli operai che erano stato sottoposti a contatto con l’amianto - materiale come tutti sanno oggi è cancerogeno, mentre una volta era diffusissimo - e avevano subito danni fisici, ottenendo il diritto alla pensione anticipata. I colleghi fecero un bellissimo lavoro. Venendo all’attualità, ci occupiamo di approfondire tutto ciò che ha che fare con il settore della sicurezza sul lavoro, gli infortuni, le malattie professionali. Voglio sottolineare fin da subito che in questo ambito è fondamentale la formazione.

La sicurezza passa dalla formazione dei lavoratori, e non solo?
Ci vogliano certamente più controlli, ma la sicurezza, io ne sono convinto, vuol dire formazione continua. Questo a mio avviso è sicuramente il messaggio più importante. Lo dicono le linee guida nel settore dell’Unione europea, ma è un discorso che vale in tutti i campi dell’esistenza e ancora di più sul lavoro. Consideriamo che il mondo produttivo è in continua trasformazione: cambiano i macchinari, cambia il lavoro stesso. In questa dinamicità non può certo rimanere indietro la consapevolezza delle regole e dei comportamenti da seguire per la tutela della salute di se stessi e dei colleghi. Ecco perché l’attenzione alla sicurezza deve essere continua e costante nel tempo.

Veniamo alle regole, che non mancano nella legislazione italiana. Spesso però il problema è la loro applicazione nelle realtà aziendali, è così?
Il decreto legislativo 81 del 2008, che funge da testo unico nel nostro ordinamento nazionale per la sicurezza sul lavoro, è una legge secondo me fatta molto bene, vasta e completa. Come però purtroppo succede in Italia, la sua applicazione lascia a desiderare. Ma non bisogna scoraggiarsi, perché ad esempio il testo introduce una figura cruciale per ciascuna realtà aziendale, mi riferisco al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, in sigla RLS. Si intende il lavoratore, eletto nelle aziende più piccole, oppure nominato nell’ambito delle RSU in quelle più grandi, che funge da interfaccia tra i colleghi e l’impresa su tutto ciò che riguarda la tutela nei luoghi di lavoro.

È un compito gravoso?
Il rappresentante per la sicurezza è un lavoratore normalissimo. Deve però essere formato dall’azienda e informato su tutto ciò che può avere un impatto circa la sicurezza. L’RLS deve essere messo al corrente costantemente su tutte le novità in campo aziendale e deve avere accesso alla documentazione interna di valutazione dei rischi.

A proposito di rischi, a cosa comunemente va incontro chi svolge la sua mansione in Alto Adige?
Faccio una premessa: non tutti gli infortuni in provincia, tanto meno in Italia, vengono documentati e denunciati. Venendo alla domanda, risulta altissimo a livello provinciale il tasso di mortalità nell’agricoltura. Quante notizie di cronaca purtroppo sentiamo, “si è ribaltato il trattore e non aveva il roll bar a proteggerlo”. Sui giornali si parla spesso di tragica fatalità, ma la fatalità è un fulmine che ti colpisce sul sentiero in montagna. Morire sul lavoro invece non è mai fatalità. I motivi sono da ricondurre invece alla disattenzione, alla scarsa informazione, agli strumenti non idonei. La soluzione a tutto può essere solo la formazione continua.

Restando sui numeri, il fenomeno in Alto Adige ha preso una piega preoccupante, non è vero?
I dati dell’Inail, che sul suo sito fa un ottimo lavoro informativo, dicono che nel 2019 in provincia di Bolzano ci sono state 16.078 denunce di infortunio sul lavoro. Non sono solo gli incidenti gravi, ma tutti i sinistri, anche lievi. Non sono pochi, contando che le posizioni assicurative contrattuali sempre in provincia sono 35.000.

Poi ci sono i numeri delle morti.
E qui si è verificato un aumento notevole. Dai sette casi di infortuni mortali del 2018 si è passati ai 18 dell’anno scorso. D’altra parte, la tendenza nazionale va nel senso di un costante aumento. In Italia abbiamo due morti e mezzo al giorno sul lavoro, una cosa inaccettabile. Purtroppo sono morti che non fanno notizia. Come ha detto un nostro collega della Cgil di Firenze, non sono morti bianche, ma trasparenti. Fanno breccia sui media solo se si tratta di episodi eclatanti, vedi il caso Thyssen.

Lei come si spiega questo dato italiano?
Posso notare che se un’azienda è in crisi o prevede la chiusura, la prima cosa su cui si taglia è la sicurezza. Non si investe in manutenzione, nemmeno in dispositivi per la tutela dei lavoratori. I dati nazionali parlano di 1.133 morti sul lavoro nel 2018 e di 1.089 nel 2019. Ma vogliamo essere contenti per un entusiastico meno 3%? Inoltre, per il 2020 vedremo gli effetti della ripartenza dopo l’emergenza Covid.

Prima lei parlava di regole, che ci sono, e di applicazione concreta che latita. Come se ne esce?
Con la formazione, non mi stancherò di dirlo. In questo naturalmente hanno un ruolo sia gli imprenditori ma anche i lavoratori. Facciamo un esempio concreto. Io vengo dal settore edile, considerato a rischio. In un cantiere sono obbligatorie le scarpe anti-infortunistiche. Ebbene, se l’operaio entra in infradito, è soggetto a provvedimenti da parte del capocantiere. Con tre richiami è passibile di licenziamento. Se consideriamo che in Alto Adige l’agricoltura ha un peso forte nell’incidentalità, il tema diventa il rispetto delle regole, che vanno estese in tutti i settori.

Anche il singolo lavoratore deve fare la sua parte, per la propria tutela?
Sì, per la tutela propria e degli altri colleghi. Anche il lavoratore deve seguire i protocolli, che ci devono essere nella sua azienda. Qui torniamo al rappresentante per la sicurezza -RLS: questo è il suo ruolo, vigilare sulla presenza e l’individuazione dei protocolli.

Le aziende locali sono in regola o no?
La provincia di Bolzano, come quella vicina di Trento e anche l’Italia nel suo complesso, vedono una prevalenza di piccole e medie imprese, le famose Pmi, che sono il cuore del nostro sistema produttivo. È noto però che mentre le aziende di maggiori dimensioni sono più strutturate e tendenzialmente hanno un addetto che si occupa solo di sicurezza, nelle piccole realtà la situazione è più labile. C’è poi un altro problema, valido per l’Alto Adige come altrove: l’innalzamento dell’età pensionabile ha delle conseguenze.

Invecchiare sul lavoro aumenta i rischi?
In sintesi è così. C’è un dato interessantissimo dell’Inail, relativo al 2017: su un milione di occupati, il tasso di mortalità sul lavoro nella fascia 55-64 anni è pari a 58,5, per gli ultra 65enni è di 139,1. Due volte e mezza in più. Significa banalmente che se sei anziano sei più a rischio. È chiaro che questo diventa un tema scottante.

Ci sono soluzioni?
Si può risolvere il problema solo tenendo conto nella riforma delle pensioni della diversità dei lavori. Ricordo un caso specifico avvenuto nel 2019, un operaio di 65 anni caduto da un ponteggio. Ebbene, si può pensare che a quell’età uno sia sicuro su un impalcatura? Non è più facile che un capogiro possa venire a chi è maturo, piuttosto che a un giovane? Bisognerà quindi tenere conto, ancora di più di quanto si è fatto per le norme sui lavori usuranti, che i mestieri sono differenti tra loro. Un professore universitario corre rischi minori di un operaio metalmeccanico, è un dato di fatto.

Veniamo alle malattie professionali: cosa dire?
C’è un dato rilevante dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, costituita nel ’94 a Bilbao. A livello europeo, tre lavoratori su cinque, quindi il 60%, lamentano disturbi muscolo-scheletrici, lombalgie, dolori agli arti. È un tasso preoccupante. C’è anche qui un approfondimento da fare, servono misure utili per evitare un’eccessiva ripetitività dei movimenti e per migliorare le postazioni di lavoro. Anche perché le malattie professionali sono un danno economico, oltre che per il singolo, perché peggiorano la produttività, oltre che costituire un carico per il servizio sanitario.

In generale il Covid con il blocco delle attività e la successiva ripresa ha avuto un impatto sull’incidentalità?
Sì, un impatto piuttosto evidente. I nostri referenti nazionali per la sicurezza della Cgil hanno evidenziato un aumento del 20% degli infortuni nell’edilizia, considerando il periodo dalla ripartenza, dal quattro maggio in poi e nei mesi successivi, sullo stesso periodo del 2019. Dopo il lockdown i cantieri sono stati riaperti ma senza spostare i tempi di consegna. E la fretta sul lavoro non produce sicurezza, questo è assodato.

In conclusione, c’è qualcosa da fare per rendere la tutela dei lavoratori un tema più considerato?
Deve diventare la priorità per le istituzioni, nei fatti e non a parole. Purtroppo, il mondo del lavoro in generale è scivolato dall’attenzione della politica. Abbiamo mai sentito un candidato in campagna elettorale parlare di sicurezza sul lavoro? Mai. Eppure questo va cambiato. Il lavoro è dignità, non può essere morte. Il lavoratore che esce di casa la mattina deve tornare a casa con le proprie gambe e non su una sedia a rotelle o peggio.