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Società | Coronavirus

L’unico mondo possibile

Emergenza sanitaria e Stato di diritto: i nodi irrisolti della società liberale.

In questi giorni si leva alto il grido di dolore di chi vede in grave pericolo principi costituzionali e libertà individuali, minacciati dai provvedimenti del governo messi in atto per arginare l’epidemia. La chiusura degli spazi pubblici, le restrizioni alla libertà di movimento, le sanzioni amministrative e penali ai trasgressori e il massiccio impiego delle forze di polizia per garantire l’applicazione delle disposizioni, aprirebbero scenari illiberali e perfino pre-golpistici.

Ora, chi sostiene questa tesi avrebbe la cortesia di spiegarci come immagina oggi il mondo, o quantomeno l’Italia, senza i provvedimenti presi da quando è scoppiato il contagio? Con gli stadi pieni come San Siro per Atalanta Valencia (per chi non segue il calcio, l’Atalanta è la squadra di Bergamo) il 19 febbraio? Con i mercati ortofrutticoli traboccanti di gente, come a Milano giorni dopo la proclamazione della Lombardia a zona rossa, facendo affidamento sulla responsabilità e sul senso civico dei cittadini? Quante decine di migliaia di ciclisti e cultori del jogging affollerebbero parchi e ciclabili in queste giornate di sole per poi andare ad abbracciare nonni e genitori, se non fosse per il timore di multe e denunce? Ieri il numero dei morti in Italia ha raggiunto la cifra di 10.779. Chi rivendica l’inalienabilità della libertà di movimento, vorrebbe questa cifra decuplicata?

A questo si aggiunge il tema del pluralismo delle opinioni e in molti paventano la dittatura della scienza, unica voce che annullerebbe tutte le altre. Quali altre? Quelle degli autoproclamati immunologi che sostengono di curare l’infezione con l’aglio. Quelle dei no vax secondo cui dal vaiolo ci proteggono gli angeli custodi. Quelle degli stregoni omeopati che diagnosticano l’infezione da coronavirus facendo trattenere il respiro per dieci secondi e se non si tossisce non si è infetti. Chi parla di dittatura della scienza, considera la morte per polmonite interstiziale acuta bilaterale un’opinione soggettiva da sottoporre a voto democratico?

L’azione del governo è formalmente ineccepibile. La maggioranza parlamentare che la sostiene è intatta e i decreti emergenziali, controfirmati dal Presidente della Repubblica, rispondono ai criteri di necessità e urgenza. Oltretutto, la Costituzione italiana, all’articolo 16, garantisce la libertà di movimento “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Se critica può essere mossa al Presidente del Consiglio e ai suoi ministri, è di aver reagito in ritardo all’emergenza e con misure rivelatesi del tutto insufficienti man mano che la situazione precipitava. La Lombardia ne sta pagando le terribili conseguenze, e i treni ricolmi di persone lasciate democraticamente partire da Milano verso Sud provocheranno un’ecatombe di proporzioni disastrose.

Fa tremare i polsi, in questo scenario, pensare agli effetti economici e sociali di quanto sta accadendo. Siamo talmente assuefatti all’ideologia individualista del liberalismo (il rifiuto di molti di anteporre, per un tempo limitato, la salute pubblica alla propria libertà di movimento ne è solo un esempio) che nessuno osa più nemmeno immaginare un sistema produttivo che non sia fondato sull’interesse privato e la libera concorrenza, capace di sopravvivere soltanto con tassi di crescita in perenne e incessabile ascesa. Il libero mercato come unico mondo possibile. Con interi settori produttivi sotto minaccia esistenziale, banche i cui crediti non verranno mai ripagati, titoli di Stato alla mercé delle speculazioni borsistiche e intere economie nazionali esposte al giudizio di tre agenzie di rating, forse è giunto il momento di ripensare a un’alternativa. Non rimane molto tempo.