Società | Psicologia

“Dalla pandemia usciamo solo assieme”

Demis Basso e la resilienza applicata al coronavirus. “Dedichiamo tempo alla famiglia e a noi stessi. La ripartenza? Un altro test: siamo tutti co-responsabili”.
Avvertenza: Questo contributo rispecchia l’opinione personale del partner e non necessariamente quella della redazione di SALTO.
Passanten - Pandemie - Pexels
Foto: Pexels

salto.bz: Demis Basso, professore associato di psicologia generale e cognitiva, nonché responsabile del CESLab della facoltà di Scienze della formazione primaria di Bressanone, cos’è innanzitutto la resilienza, un termine di cui si parla ma che non tutti conoscono esattamente?

Demis Basso: il concetto proviene dalla tecnica dei materiali e definisce quanto un materiale riesce a resistere allo stress. Ad una barra di plastica, ad esempio, può essere applicato un peso crescente: ebbene, quanto riesce a resistere prima di rompersi? Questa è la resilienza, capacità che in senso allargato si può estendere anche a sistemi e alle persone.

 

È un sinonimo di resistenza?

Fino a un certo punto, visto che non significa solo resistere, ma è qualcosa di attivo. Quant’è lo stress che un materiale riesce a sopportare riuscendo poi a ritornare alla forma originale? E, se parliamo delle persone, quanto un individuo è in grado di resistere allo stress, risolvere la situazione stressante e poi tornare ad un buon livello di vita? Un sistema resiliente non si difende solamente, ma reagisce attivamente per eliminare “l’attacco”.

 

Il termine indica anche una certa elasticità, personale e sociale?

Da un certo punto di vista sì, però il concetto di elasticità applicato a una persona è visto talvolta in modo negativo perché, oltre che flessibili si può essere considerati mutevoli, influenzabili. Per questo si utilizza il termine resilienza, magari più astruso ma anche più preciso, utilizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità in relazione al benessere materiale e psicofisico.

 

In che modo la resilienza si applica alla vita quotidiana e le sue difficoltà?

Tutte le persone contribuiscono con le loro azioni a definire la propria resilienza. Che si crea dallee risposte che diamo ai vari stress quotidiani, generati da situazioni più difficili, altre meno, certi giorni in maggior misura, altri più semplici. Ogni esperienza può essere considerata una situazione di test, prendendo ancora esempio dalla meccanica. Nell’esperienza ci misuriamo: vediamo se siamo stati in grado di affrontare un problema, oppure no. Non ha importanza il successo, ma fare esperienza delle criticità per farci trovare maggiormente pronti la volta successiva.

 

I problemi, va da sè, hanno una gravità differente, è così?

Possono andare dalla semplice decisione di che cosa mangio, oppure se scelgo questo vestito o un altro, ai livelli più complessi come il modo in cui gestisco una relazione e risolvo un litigio. Poi ci sono gli eventi che segnano la vita come la separazione dalle persone care, un divorzio, lutti, o un trasloco. Quando c’è un cambiamento esiste sempre un grado di stress perché, tra le varie cose, noi abbiamo un bias cognitivo, un errore di giudizio: tendiamo a considerare di valore maggiore quello che abbiamo rispetto a quello che ci manca. Le nostre cose sono parte della nostra storia, hanno qualcosa di noi, e le abbiamo caricate di emozioni, ricordi e significati.

 

Tra gli eventi avversi è di stretta attualità la pandemia. In che modo la resilienza ci può aiutare ad affrontare lo “stress” da coronavirus?

Molte e diverse sono le strade che si possono considerare. Mi focalizzerei  sulle scelte educative, su cosa possono fare le famiglie a casa con i bambini. Alcuni vedono questa fase come qualcosa di ingestibile. Pensano: non riesco a gestire questo periodo, io ho il mio lavoro da portare avanti e ora le scuole sono chiuse, come faccio? Diventa un circolo vizioso che rende peggiore una relazione che prima sembrava tranquilla. C’è chi invece affronta il problema in modo diverso: se va bene o va male, pensa, io comunque l’ho affrontato e questa è comunque un’esperienza. Ecco, questo è un approccio resiliente. C’è un verbo che in inglese rende molto bene: to cope vuol dire affrontare, gestire, ma anche porsi di fronte a qualcosa nel senso di essere responsabile. Indipendentemente dal fatto che la soluzione messa in atto si riveli giusta o no, ci sono queste due prospettive in campo: una in cui io sono attore, sono in controllo, prendo in mano, utilizzo, e un’altra in cui non ce la faccio e reagisco in maniera incontrollata. Solo raramente e per caso, quest’ultima si rivela una situazione in cui raggiungo un esito positivo.

 

Cosa dire dunque ai genitori alle prese con telelavoro e tempo richiesto dai figli?

Riguardo ai bambini che sono a casa e hanno una vitalità, un’energia che i genitori non hanno, o che comunque è minore rispetto a quella che chiedono i piccoli, c’è una cosa da dire: il genitore che crede nel proprio ruolo di educatore si riprende il ruolo. La scuola è chiusa? Ebbene, facciamo qualche lavoretto in più a casa, andiamo avanti lo stesso. Altrimenti, se un genitore vive quel ruolo come un fastidio, i bambini e perfino gli adolescenti se ne accorgono, sono bravissimi a percepirlo. Magari non lo sanno verbalizzare ma lo sentono e si lamentano (a ragione) del tempo che si passa con loro. È tempo perso, manca la qualità.

 

I genitori in che modo possono conciliare tutto questo?

Per chi già lo sa fare i consigli non servono. Chi invece tende ai circoli viziosi, niente paura, può sempre uscirne. L’importante è partire. Come? Definite una parte del giorno per il lavoro ed una parte del giorno dedicata al vostro figlio o ai vostri figli. Non cinque minuti ma fin che si vede che al figlio serve, lasciate fuori tutti i problemi di lavoro e tutte le altre questioni e in quell’intervallo siete completamente presenti e rivolti ai vostri figli.

 

Questo vale per tutti i componenti delle famiglie?

Assolutamente. Il tempo per l’altra persona è necessario. E poi c’è anche il tempo per se stessi. Occorre darsi degli obiettivi. Siamo chiusi in casa ma è la casa in cui viviamo. Se per esempio ci sono dei lavoretti da fare, ora c’è il tempo per farli. Dedichiamo del tempo alle cose che per ciascuno di noi hanno valore e che ci piacciono.

 

Ora la situazione cambia di nuovo: si profila la fine della quarantena e a breve tutti potranno uscire seppure con le dovute precauzioni anti-contagio. Sarà un’altra fonte di stress?

Sicuramente, ma la chiamerei una fase di test. Non si sa cosa si troverà fuori e se le persone rispetteranno le regole definite. Uno può pensare: mi toccherà ricordare agli altri di rispettare il metro di distanza al supermercato? Di norma ognuno pensa prima  al proprio orticello, ma adesso non c’è più la possibilità di dire: io sono salvo e tu non mi interessi. Perché o ci rispettiamo a vicenda, oppure potremmo veicolare il virus e causare altro dolore. Pure io potrei essere già contagiato e non saperlo.. e non voglio certo contagiare altri! Cerchiamo di capire qual è il senso delle regole e fare tutti il proprio dovere. Con responsabilità: penso in particolare a coloro che hanno un’impresa che ora è forzatamente chiusa, dalla quale dipendono lavoratori e le loro famiglie. Il mio augurio è possano riaprire presto, ma considerando tutte le misure preventive. Tutti noi dovremmo considerare un livello sufficientemente alto di allerta, in modo da stare vigili e rispettosi al fine di evitare una nuova ondata di contagio. In termini di resilienza di sistema, direi che a livello sociale siamo tutti co-responsabili della possibile uscita o meno da questa crisi.

Bild
Profile picture for user Elisabeth Hammer
Elisabeth Hammer Ven, 05/01/2020 - 19:36

"Definite una parte del giorno per il lavoro ed una parte del giorno dedicata al vostro figlio o ai vostri figli." - Schöne Theorie ... Das würde ich mich nicht trauen z.B. zu einer alleinerziehenden Mutter eines dreijährigen Kindes zu sagen, die im Home-Office mitunter an Videokonferenzen teilnehmen muss und wahrscheinlich auch Telefonate nicht immer nur zu bestimmten Zeiten führen kann. Diese Frauen haben bereits in den letzten zwei Monaten (und wahrscheinlich auch bereits vorher) genug an Resilienz gezeigt. Es ist wirklich dringend an der Zeit, hier eine Kinderbetreuung aufzustellen, sonst sinkt die Erwerbsquote von Frauen wahrscheinlich noch weiter. Interessant zu diesem Thema ist die Titelgeschichte der FF diese Woche. Das Problem ist vor allem ein strukturell-gesellschaftliches. Die Psycho-Tipps sind zwar richtig und wichtig, allerdings im ohnehin fragilen Alltag vieler Familien wahrscheinlich wenig hilfreich.

Ven, 05/01/2020 - 19:36 Collegamento permanente