Grazia Barbiero
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Avvenne domani

Il consigliere fantasma

Storie dal libro di Grazia Barbiero
Colonna di
Ritratto di Maurizio Ferrandi
Maurizio Ferrandi03.07.2021
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C’è un’immagine che mi segue quando chiudo il libro di Grazia Barbiero che ripercorre le vicende politiche di un Alto Adige ormai lontano, rinchiuso negli archivi della memoria degli anni 70 e 80 di un secolo ormai trascorso.

L’immagine, forte, è quella di un uomo, di un comunista. Josef Stecher, perfetta stilizzazione di come doveva essere un personaggio politico capace di sintetizzare in sé stesso l’adesione senza infingimenti alla dottrina stalinista e nel contempo l’orgogliosa rivendicazione del proprio essere sudtirolese, con le radici ben piantate in questa terra.

Racconta Grazia Barbiero nel suo libro di quando, per un’intera legislatura provinciale, Josef Stecher, primo comunista di madrelingua tedesca a entrare nel sancta sanctorum del Consiglio provinciale, dovette assolvere con l’impegno e la serietà che gli erano propri al proprio mandato politico essendo al contempo totalmente ignorato dagli uomini della Südtiroler Volkspartei, Silvius Magnago in testa, che gli sedevano di fronte. Era come se non esistesse. Parlava e veniva ignorato. Faceva proposte, lanciava accuse, ma le risposte, semmai c’erano, erano rivolte ostentatamente a qualche suo collega di partito. Non era ammissibile e non fu ammesso.

È un racconto, aspro, che mi riporta alla mente altri episodi che mi furono narrati, di quando Stecher, durante le campagne elettorali si recava a far comizi nei piccoli paesi della periferia altoatesina. Anche lì si muoveva nel vuoto, come un fantasma. Nemmeno all’eventuale comiziante della destra post fascista italiana veniva riservato un ostracismo così totale e viscerale.

Erano questi i tempi. Erano queste le barriere che si alzavano. Nonostante che il voto favorevole dei comunisti in seconda lettura della legge istitutiva del nuovo Statuto di autonomia avesse impedito che la creatura appena nata dovesse affrontare un referendum confermativo, che sicuramente l’MSI di Giorgio Almirante avrebbe lanciato, il senatore Peter Brugger non esitò ad annunciare che, se il PCI avesse conquistato in Italia la maggioranza dei consensi nelle urne, i sudtirolesi avrebbero avuto un ottimo motivo per chiedere l’autodeterminazione.

Queste ed altre cose succedevano in Alto Adige quei due decenni terribili e importanti al tempo stesso. Grazia Barbiero ce la racconta con tratto lieve e buona anzi ottima memoria nelle 280 pagine del volume intitolato “Scenari in movimento” che arriva sugli scaffali delle librerie per i tipi della Raetia di Bolzano. Libro da leggere e da rileggere per chi vuole recuperare frammenti di quel passato che è prossimo solo per una convenzione grammaticale. In realtà ce lo siamo lasciato dietro da tempo e di esso recuperiamo solo a tratti qualche immagine o qualche documento. Per chi, poi, non ha vissuto quegli anni riesce davvero difficile immaginare cosa fosse allora fare politica in un Alto Adige così diverso da quello che è diventato oggi.

Grazia Barbiero ci conduce per mano in un mondo molto particolare: quello di una giovane attivista, impegnata politicamente ma allo stesso tempo dominata da una profonda curiosità culturale e sociale verso un mondo in grande cambiamento che le sta tutto attorno. Ci sono i riti di partito, le riunioni, una politica che si faceva, allora, con un grande dispendio di energie fisiche e di autodisciplina. Ci sono i personaggi e ci sono i luoghi. Dalla memoria esce persino l’immagine di quella storica sede dei comunisti altoatesini, in Piazza Domenicani a Bolzano, dove i compagni e gli attivisti dovevano poggiare per lunghe ore il posteriore su alcune scomodissime seggiole recuperate dalla malaugurata distruzione del cinema Corso. Il ruolo di Grazia Barbiero, in quegli anni e in quelli che seguirono, fu quello di una militante di partito ma anche di una donna che era mossa da una curiosità non dominata nei confronti di realtà e fenomeni che avvenivano al di fuori di quelle stanze dove ancora si praticava, anche se per poco, il ferreo dogma del centralismo democratico. Ed ecco tutta una serie di incontri e di tratti di strada percorsi insieme: con la Nuova Sinistra di un certo Alexander Langer, con le organizzazioni del femminismo militante, con l’area del dissenso cattolico. Un lungo viaggio non privo di momenti di confronto anche aspri con chi, nel Partito Comunista di allora a quelle voci e a quei segni di cambiamento prestava un orecchio meno attento.

È un viaggio che vale la pena di rifare oggi, per capire in parte quello che siamo diventati e per misurare la distanza tra i sentimenti politici di allora e la nebbia opaca che oggi sembra avvolgere molte cose e molte coscienze.

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