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Anonimo
Secondo la neo-lingua le invasioni barbariche "condonate" a migrazioni


Barbara Tampieri

I testi scolastici per le medie "riformati". Le invasioni sono state declassate a "migrazioni"!

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Ricorsi storici

LEZIONI DALLA STORIA

"In decine di migliaia premono alla frontiera. Fuggono dalla guerra e dalla fame, sono pronti a lavorare nei campi, far gli operai, pulire le case, badare agli anziani."
Un contributo della community di Rocco Panzavolta29.04.2016
Ritratto di Rocco Panzavolta
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«Venivano trasportati in schiere... giorno e notte su barche, zattere ...parecchi perirono annegati».

Siamo in pieno IV secolo. L’impero è saldo. Si è ripreso dalla crisi istituzionale ed economica del secolo precedente. L’economia tira, il mondo appare tranquillo. Certo, ci sono i barbari alle frontiere, ma quelli non sono un problema. Ci sono sempre stati e l’impero ha ormai imparato a gestirli. Premono per entrare, di tanto in tanto, in occasione di una carestia o di una guerra. Entrano, saccheggiano qualche fattoria romana, poi se ne tornano indietro. Quando esagerano con le scorrerie si manda qualche legione oltre il Reno oppure oltre il Danubio e si sistema brutalmente la situazione.
Ma da almeno tre secoli i romani hanno capito che questi popoli possono anche essere molto utili. Nel IV secolo l’impero romano è un territorio immenso, in molte province le campagne sono spopolate dalla crisi demografica, improduttive e sottosviluppate. D’altra parte Roma, Costantinopoli e le altre metropoli consumano risorse, e qualcuno quelle risorse deve produrle. L’impero in quel momento ha bisogno di due cose: lavoratori e soldati.
Da questo punto di vista gli immigrati barbari sono perfetti: mano d’opera a basso costo per coltivare la terra dei ricchi proprietari terrieri e reclute da fornire alle legioni per rimpinguare un esercito sempre affamato di uomini. Lo hanno già fatto con successo Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Costantino, non c‘è ragione per non proseguire.
Roma li prende e li integra. Assegnando loro terra da coltivare, come coloni o con contratti di affitto perpetuo. Oppure con vent’anni di servizio militare nelle legioni: al congedo lo straniero, ormai del tutto romanizzato, riceve cittadinanza romana e terra da coltivare. In entrambi i casi, di fatto, già dopo pochi anni diventano romani a tutti gli effetti. Del resto questi barbari così minacciosi non chiedono altro. [1]

Accoglierli o respingerli?  L’opinione pubblica è divisa, in Senato si discute animatamente di vantaggi e svantaggi di una politica di integrazione in uno Stato invecchiato e corrotto, preda di una crisi economica e di valori, mentre un influente vescovo, nato da una ricca famiglia e proprietario immobiliare egli stesso, avverte che di fronte a questa gente “solo un pazzo potrebbe non avere paura, vedendo tutti questi giovani cresciuti all’estero e che continuano a vivere secondo le loro abitudini".
Nel frattempo, la massa di migranti e profughi attende le decisioni di una burocrazia sclerotizzata e lenta: uomini, donne, vecchi e bambini sopravvivono ammassati in campi di fortuna, allestiti d’urgenza dalle autorità centrali e locali, in condizioni igieniche terribili, con poco da mangiare, esposti al caldo torrido dell’estate ormai inoltrata, sostenuti dai piccoli ma preziosi aiuti di una popolazione divisa tra il senso di umanità e la diffidenza verso lo straniero.
Valente, sovrano della parte orientale dell'Impero Romano, impone di considerare i barbari come una risorsa per l’economia e non come una minaccia per la società. Gli ufficiali che hanno usato la mano troppo pesante nella repressione vengono rimossi e la migrazione sembra avere uno sviluppo positivo. All’arrivo della “protezione civile”, l’ingresso inizia in maniera controllata. I soldati hanno disposizione di far entrare i Goti a piccoli gruppi, dopo però averli disarmati. Ma alcuni militari ed ufficiali, raccontano le fonti dell’epoca, si lasciano corrompere e fanno passare anche grossi gruppi armati, senza rispettare ordini né priorità.
L’esercito di Costantinopoli, fra tangenti, incertezze, violenze e pavidità, non riesce più a governare la situazione e lo stesso comandante, Flavio Lupicino, si rende conto che la gestione degli aiuti può diventare un lucroso affare per sé ed i suoi amici. La fornitura delle razioni per i migranti venne data in appalto in cambio di tangenti, raccontano ancora gli storici romani, con il conseguente interesse a far durare l’emergenza più a lungo possibile così da massimizzare i guadagni per corrotti pubblici e corruttori privati. Il malaffare cresce di pari passo con l’ingrossarsi della presenza di barbari dentro i malandati campi, finché la disperazione sfocia in rabbia e in rivolta. [2]

Ma l’arrivo di quelle popolazioni (innumerevoli come i granelli di sabbia sospinti dal vento nel deserto libico) non fu gestito correttamente dai funzionari romani, che si arricchirono a loro danno in modo abietto: “Poiché i barbari, che erano stati trasferiti, soffrivano per la scarsità di cibo, quei comandanti odiosissimi escogitarono un turpe commercio e, raccolti quanti cani poté mettere assieme d’ogni parte l’insaziabilità, li diedero in cambio di altrettanti schiavi, fra i quali si annoveravano anche i figli dei capi”: che differenza con l’efficienza con cui oggi si gestisce il flusso dei migranti!
L’arrivo di interi popoli nei confini dell’Impero non fu senza conseguenze: nel 378 d.C., un esercito guidato dallo stesso imperatore Valente e forte di quarantamila uomini fu quasi totalmente distrutto dalle forze gote nella battaglia di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia, ai confini con Grecia e Bulgaria) e l’imperatore morì nello scontro.
Ciò che mi ha colpito leggendo queste pagine è stato paragonare quell’evento all’arrivo dei migranti in Europa, costretti da barbari inumani (i combattenti dell’ISIS) a lasciare le loro terre in Medio Oriente, ossia una regione che da anni per noi si ricollega a “guerre terminate o sopite”. Quando la Merkel dichiarò che era necessario aiutare i migranti, vari giornali evidenziarono che la Germania accoglieva i siriani perché si trattava di professionisti o di lavoratori qualificati, più facilmente integrabili. [3]

Nelle singole introduzioni di cui sopra, tratte dai tre articoli citati, è evidenziata la similitudine tra i tempi all'alba della disfatta dell'Impero Romano d'Occidente e l'attuale congiuntura economica, morale, e migratoria contemporanea. Ma sentiamo cosa dicevano gli storici del tempo.

TEMISTIO (Bisanzio, 317 circa – Costantinopoli, 388 circa):
«Forse sarebbe meglio riempire la Tracia di cadaveri piuttosto che di contadini? Non vedete che già i barbari trasformano le loro armi in zappe e falci e arano i loro campi? Non vi ricordate quante volte abbiamo già fatto entrare tra noi altri popoli e oggi nessuno si ricorda che un giorno erano barbari? Guardate i Galati, sistemati in Asia Minore tanto tempo fa. Non possono più essere chiamati barbari. Sono a tutti gli effetti Romani. Pagano le stesse nostre tasse servono con noi nell’esercito; sono amministrati secondo lo stesso statuto degli altri, sottomessi alle stesse leggi. E la stessa cosa tra poco accadrà ai Goti».

SINESIO (Cirene 370 circa - m. 413 circa):
«Ma il pastore non deve mischiare i lupi con i suoi cani... perché nel momento in cui essi noteranno ogni debolezza... nei cani li attaccheranno, il gregge e anche il pastore.
Prima che le cose volgano al peggio, come stanno ora tendendo, dovremmo recuperare il coraggio degno dei Romani, e abituarci di nuovo a ottenere da soli le nostre vittorie, non ammettendo l'amicizia con questi stranieri, ma impedendo la loro partecipazione in ogni rango. Prima di tutto bisognerebbe escluderli dalle magistrature...
Se, come suppongo, è nella natura delle cose che ogni servo è il nemico del suo signore poiché ha speranze di sopraffarlo, accadrà ciò anche con noi? Stiamo noi facendo germogliare a una scala molto più grande i germi di guai inauditi? Si rammenti che nel nostro caso non sono meramente due uomini, o degli individui disonorati a condurre una ribellione, ma grandi e perniciose armate che, connazionali dei nostri stessi servi, hanno per scherzo malvagio del destino ridotto in cattivo stato l'Impero romano, e hanno fornito generali di grande reputazione sia tra di noi che tra loro stessi, “per la nostra stessa natura codarda”. È necessario ridurre la loro forza, è necessario rimuovere la causa straniera della malattia... perché i mali devono essere curati al principio della loro insorgenza, perché quando si sviluppano è troppo tardi per arrestarli.
Furono così, allora come oggi, corruzione, pregiudizio e burocrazia a trasformare una proficua politica di integrazione in un drammatico e sanguinoso “scontro di civiltà»

AMMIANO MARCELLINO (Antiochia di Siria, 330 - 332 circa – Roma, attorno al 397 ma prima del 400):
«Ci si è impegnati affinché entrassero tutti. Tutti! Anche i malati terminali. Nessuno doveva restare indietro di quelli che poi avrebbero sovvertito il mondo romano.
In tal modo occuparono, sotto la guida di Alavivo, le rive del Danubio e, inviati ambasciatori a Valente, chiedevano umilmente di essere accolti promettendo di vivere quieti e di dare aiuti se la situazione l’avesse richiesto (…) Questo annuncio fu accolto inizialmente dai nostri con ripugnanza per il fatto che da quelle regioni giungevano di solito, a coloro che si trovavano lontani, solo notizie di guerre terminate o sopite. Ma sebbene prendesse sempre più consistenza la credibilità di quegli avvenimenti, che erano stati confermati dall’arrivo degli ambasciatori dei barbari i quali pregavano e supplicavano che il loro popolo, bandito dalle sue terre, fosse accolto al di là del fiume, la situazione fu motivo più di gioia che di paura. Giacché gli adulatori abilmente esaltavano la fortuna del sovrano che, senza che egli se l’aspettasse, gli procurava dalle più lontane regioni tante reclute, di modo che, unendo le proprie forze e quelle straniere, avrebbe disposto di un esercito invincibile. In tal maniera, invece dei contributi di soldati, che ogni anno le province inviavano, si sarebbe riversata nell’erario una grande quantità di denaro».

 

 

 


Dalle migrazioni all'invasione: Adrianopoli 378 d.C.
Prof. Alessandro Barbiero con Letture di Roberto Sbaratto (Università del Piemonte Orientale)


Sapremo imparare dalla Storia?



Jean-Jacques Rousseau

 

 

 


"Dobbiamo infatti distinguere tra i veri poveri del secondo e terzo mondo, che sono miliardi e che non riescono nemmeno a mangiare ogni giorno (inclusi parecchi occidentali), da chi ha a disposizione migliaia di euro per pagarsi il passaggio in Europa attraverso le organizzazioni di trafficanti di esseri umani. In paesi dove il reddito pro capite medio del 90% della popolazione e' inferiore a 2 dollari al giorno, chi avesse pure anche solo 1000 $ per lo scafista, beh, non lo si può proprio considerare un indigente affamato. Ciò che succede quasi sempre in quei casi è che famiglie che qualche mezzo lo hanno mandano i figli all’estero a procurarsi un'entrata supplementare in valuta pregiata, che ritornerà loro attraverso i canali dei money transfer. Questi giovani partono senza visto (perché è più facile, dichiarandosi rifugiati, ottenere il permesso di soggiorno, e ciò evita anche le lunghe file agli sportelli dei consolati europei, la cui risposta alla domanda di immigrazione è spesso negativa.)
Chi conosce la realtà dei paesi da cui partono questi giovani sa che in teoria quasi nessuno potrebbe permettersi di andarsene. E che anche chi potrebbe, non vuole. Il perché ci sia stata un'impennata esponenziale di arrivi di barconi e' probabilmente dovuto alla presenza di condizioni favorevoli, come il caos in Libia che ha seguito lo sciagurato assassinio di Gheddafi da parte di USA e Unione Europea. E, ipotizzo, la necessità di finanziare velocemente gruppi terroristici, di miliziani e predoni vari.
Le rimesse dei pur numerosissimi emigranti in Europa, Canada, USA non creano posti di lavoro, ne' sono di utilità agli altri che non ne ricevono (cioè la maggioranza). La famiglia, con le rimesse dall'estero, ci paga un matrimonio, un funerale, ci compra la macchina, ci paga le medicine o la scuola ai propri figli e nipoti. Tutto resta in famiglia, al massimo allargata. Quasi nessun emigrato nei paesi ricchi ha costruito fabbriche al suo paese per dare lavoro ai connazionali. L'egoismo consumistico regna tra i figli delle classi che hanno un minimo di potere d'acquisto, e se queste saranno le nuove classi dirigenti, in pochi decenni dell'Africa con foreste pluviali, fiumi e laghi maestosi, non resterà' un bel niente. Sono assai più vogliosi di noi di capitalismo distruttivo. Della gente 'normale', cui basterebbe vivere bene, magari con l'elettricità e senza i-Phone o Nike da 200 euro al paio, ai grossi investitori non importa. L'immagine veicolata dai media è appunto lo stereotipo del santo migrante, del poveretto in fuga da guerra e fame che si sacrifica ed inonda il paese d'origine di euro di rimesse - che se andassero a finanziare davvero i piccoli progetti, allevierebbero si' la VERA miseria dei più- mentre la verità è che la maggioranza dei migranti sono giovani assetati di consumismo e di capitalismo, che dei loro compatrioti in pratica se ne fregano"
[4]




Fonti:
[1] La crisi di Lampedusa del IV Secolo Left Wing
[2] Protezione civile e profughi, 1700 anni di tangenti A Nord est di che
[3] Ammiano Marcellino, i profughi Goti e la comprensione delle sconfitte Combatteremo all'ombra
[4] African Anschluss L'Orizzonte degli Eventi

 

 

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