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Il brutto risveglio del sì toscano

Il sì prevale in Sudtirolo, Emilia-Romagna e Toscana. Ma nella regione di Renzi e Boschi – in particolare a Pisa – il voto contrario alla riforma supera le aspettative.
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In fondo era un risultato prevedibile, non credete?”: Pisa si risveglia bagnata dalla pioggia, come accade spesso in quest'angolo più pianeggiante di Toscana. Le aule universitarie sono semivuote e più assonnate del solito. L'ateneo pisano ha sospeso la didattica – onde consentire agli studenti “fuori sede” di rientrare dalle proprie terre d'origine dopo il voto al referendum costituzionale – ma al “Polo Piagge” di giurisprudenza e scienze politiche si svolge qualche lezione di recupero. Ed è impossibile non pensare dell'esito delle urne. “Renzi ha fatto un errore frequente, di overconfidence, ha creduto troppo nelle sue possibilità e le ha sopravvalutate: allontanarsi dagli estremi per conquistare il centro dello spazio politico non è bastato” sostiene un professore. Solo la Toscana, l'Emilia-Romagna e il Trentino Alto Adige (grazie alla provincia di Bolzano) hanno premiato il sì alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Ma dietro ai (soli) centomila voti di vantaggio del “sì” nella regione del premier e della ministra, c'è il netto vantaggio del “no” in tutte le province della costa, soprattutto nelle città “operaie”: 59% a Massa, 58% a Carrara, 52% a Livorno, 54% a Grosseto. A conferma che soprattutto le aree depresse, con il maggiore numero di disoccupati, hanno bocciato il testo di riforma: secondo YouTrend, nei 100 comuni italiani con più disoccupati il “no” vince con il 65,8%, nei 100 con meno persone senza occupazione vince il “sì” con il 59%.

La ministra Maria Elena Boschi è sconfitta anche nel suo paese natale, Laterina in provincia di Arezzo. Ma il no prevale pure a Lucca, Pistoia e – a sorpresa – a Pisa, dove finisce 55 a 45. “Pisa si scopre meno renziana” titola il Tirreno, il giornale locale (ancora) del Gruppo Espresso. Nella città della Torre pendente “il vento sta cambiando”, dichiara il coordinatore locale di Forza Italia. Nella vicina Cascina, conquistata a giugno dalla Lega Nord, il no è al 51%. Una conferma per la sindaca Susanna Ceccardi: “C'è profumo di cambiamento nell'aria, il dato di Pisa è entusiasmante. La Toscana cambia, più lentamente e in ritardo di anni rispetto alle altre zone d'Italia, ma inesorabilmente” commenta entusiasta l'esponente leghista. Il sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, preferisce tacere e affida a facebook gli ultimi aggiornamenti sulle difficili trattative per la cessione del Pisa – la società calcistica cittadina approdata in serie B – nonché la soddisfazione per i 17mila visitatori alla riapertura delle Mura medievali nel weekend. Uscendo di casa per recarsi al seggio – l'affluenza è stata altissima, oltre il 75% – i pisani hanno approfittato della bellissima domenica di sole per scoprire il camminamento appena restaurato, o fare shopping natalizio. I democratici del “Basta un Sì” si sono dati appuntamento per cena in uno storico ristorante sul Lungarno, per seguire lo spoglio in diretta. Una maratona elettorale che finirà nel peggiore dei modi: “Il comune lo abbiamo perso, e anche Cascina” dichiara in tarda serata Matteo Trapani, giovane dirigente del PD pisano.

Da “adesso!” a “e adesso?”

“L'umore è buono, taluni sono allegri per aver buttato giù Renzi, però c'è preoccupazione sugli scenari futuri: quali sono le alternative? Arrivano Grillo e Salvini? Chi andrà in Europa?” confessa un edicolante del centro. “Questa volta gli è andata male, hai visto?” esclama un pensionato al bancone di un caffè nel Corso Italia, la via dei negozi: “Hanno vinto la Lega, i grillini. Massimo D'Alema dice che noi votavamo sì per l'aumento delle pensioni, parla lui che si intasca 7mila euro al mese”. “Hai votato sì? Bravo” risponde il barista, che però aggiunge amareggiato: “Quello ritorna, Berlusconi”. Reazioni che confermano come il “sì” toscano al referendum fosse motivato non dalla volontà di modificare la Costituzione, bensì dalla paura per le dimissioni di Renzi – e la presunta ascesa di Lega e M5S al governo. Timori alimentati dallo stesso Presidente del Consiglio, ma anche dall'avanzata leghista (e pentastellata) nella rossa Toscana, sempre più “rosa pallido” nonostante l'intreccio tra amministrazioni di sinistra e tessuto sociale. E la candidatura del governatore regionale Enrico Rossi a segretario del PD (“Il tempo e le sfide richiedono un PD diverso e una leadership diversa” ha scritto a urne chiuse) appare così solo come l'ennesimo palliativo a un'inesorabile erosione di consensi.

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