Werbung
riforme
Alla stazione Leopolda di Pisa, il Presidente del Consiglio (in versione Crozza) interpreta il referendum costituzionale come un voto su di sé.
Werbung
img_20161122_165240788_hdr.jpg
La stazione Leopolda di Pisa in attesa dell'arrivo del presidente del Consiglio Matteo Renzi, 22 novembre 2016.

In Toscana di “Stazioni Leopolde” ne esistono ben due, anzi, tre: all'arcinota Leopolda di Firenze, la Mecca del renzismo, e all'omonima ex-stazione a Pisa – entrambe restaurate e adibite a centri polivalenti – si aggiunge la stazione di Livorno-San Marco caduta in abbandono. Da metà Ottocento la ferrovia Leopolda connette i labronici agli odiati pisani e ai fiorentini. Ed è proprio risalendo il corso del fiume Arno che si è svolto il “tour toscano” del presidente del Consiglio e segretario del Partito Democratico Matteo Renzi a sostegno delle ragioni del “sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre. Dopo l'esordio da premier nella città espugnata due anni fa dal Movimento 5 Stelle, è stata la volta di Pisa: “Quando si torna alla Leopolda va sempre bene! Il sindaco dirà che la meglio è questa, siamo pur sempre fiorentini e pisani. Laggiù dove state, a Marina di Pisa? Quanti siete?”. In effetti, ad attenderlo sulle note di The Sweet Escape di Gwen Stefani, una sala strabordante di simpatizzanti del PD – o PdR, il “Partito di Renzi” secondo l'espressione coniata da Ilvo Diamanti. “Dateci spiegazioni! Come funziona qui, serve un biglietto?”: ai cancelli della Leopolda l'impaziente (e perlopiù anziana) marea umana è trattenuta dal servizio d'ordine composto dai Giovani Democratici – i primi a entrare, onde sedere in prima fila tra dirigenti di partito e autorità cittadine – mentre fuori l'enorme dispiego di polizia blocca ogni accesso alle vie limitrofe.

“ci sono tantissimissimissimi indecisi”

Ridendo e scherzando

Al pubblico militante, un biglietto per lo spettacolo del premier-segretario probabilmente non sarebbe parso fuori luogo. Renzi parla a braccio per 50 minuti, energico e sprezzante, ed è a tutti gli effetti uno show con un unico obiettivo: intrattenere e motivare le proprie truppe, convincerle a votare contro gli avversari. Cammina da una parte all'altra del palco, si fa aiutare “dalla regia” con titoli di giornale, mappe e video sul maxischermo posto alle sue spalle. Il ritmo delle battute ricorda più i monologhi di Maurizio Crozza che i toni di un leader carismatico e tantomeno di un primo ministro. Lo sberleffo è da Giorgio Panariello. Ne ha una per tutti gli esponenti della “accozzaglia” del no (“o se preferiscono, coesa coalizione”) ma sono gli attacchi al Movimento 5 Stelle a raccogliere il maggior numero di applausi: “Dovevano cambiare la storia, hanno cambiato la geografia”. Cita l'errore (e le mail) di Luigi Di Maio, che colloca Pinochet in Venezuela anziché in Cile, mostrando la mappa del Sudamerica e affermando di non accettare che si paragoni l'Italia a una dittatura. Cita l'errore di Beppe Grillo che chiede l'affitto ai Musei Vaticani, sul suolo della Santa Sede, “come se il sindaco di Pisa chiedesse l'affitto alla Casa Bianca”. Il premier si domanda come faccia un 5 Stelle a votare no, “si riducono i costi della politica, si abbassa il quorum!” (aumentando il numero di firme da raccogliere “che devono essere vere”). “A Rocco Casalino preferivo Pietro Taricone, vabeh, siamo passati dalla casa del Grande Fratello alla casa del Grande Senato. E guardate cosa fa la Casaleggio con i fondi del Senato” – e indica il titolo di un'inchiesta dell'Espresso.

 

iperrealtà.

Una foto pubblicata da Valentino Liberto (@plasnego) in data:

 

Poi tocca all'altro Matteo: “Salvini ha vinto a Cascina, e m'ha dato noia, però che stia dicendo di aver vinto in Ohio... ma lui è parlamentare europeo da anni, parla tutti i giorni male dell'Europa tranne il 27 del mese quando deve riscuotere”. Ed ecco apparire sul maxischermo il video virale dell'europarlamentare belga Marc Tabarella che attacca in aula il segretario della Lega Nord. “Ed è realmente accaduto, nessuno ne parla” sostiene sfacciatamente il premier. “Nemmeno Maria De Filippi sarebbe riuscita a mettere assieme Berlusconi e Travaglio. Colpa tua Matteo che hai politicizzato? Noi stiamo parlando di un referendum costituzionale che ha una scheda. Sulla base del quesito dovete decidere cosa rispondere. La domanda è su questa roba qui, non su altro. Qui la legge elettorale non c'è.”

“non stiamo dividendo l'Italia, stiamo votando;
non è una guerra, si chiama democrazia”

renzi_leopolda_3.jpeg
Giovani democratici con il premier Renzi alla stazione Leopolda di Pisa, 22 novembre 2016

Un voto sul governo (e sull'Europa)

Siamo a Pisa e posso permettermi di ragionare di politica con la P maiuscola”: sin dalle sue prime parole, Renzi chiarisce quale sia secondo lui la posta in gioco. “Perché è così importante la riforma costituzionale in questo momento?” domanda il premier, che si dà una risposta: “L'Italia è a un bivio, qualcuno avrebbe mai immaginato che Donald Trump potesse diventare presidente, tranne i Simpson, e che l'Europa poteva diventare quella dei muri e delle diseguaglianze? L'Europa è il punto di riferimento, ma l'Italia deve cambiarla. Il referendum è fondamentale perché consegnerà un governo solido alla stagione del 2017 – per il 60° anniversario dei Trattati di Roma e il G7 in Italia. Un governo forte sarà in grado di dire che sull'immigrazione non si può andare avanti così, perché noi abbiamo un'anima, ideali e valori”. Renzi vuole battere i pugni a Bruxelles: “Bisogna dirlo con forza agli europei, è l'ora di cambiare, noi mettiamo il veto sul bilancio, perché quelli bravi, i professoroni, i tecnici, hanno stabilito che fino al 2020 daremo 20 miliardi all'EU e ne prenderemo 12, ma da febbraio 2017 inizierà la discussione sul nuovo bilancio e chiederemo ai cari paesi dell'est Europa come pensano di utilizzare gli 8 miliardi di differenza: per dare una mano all'immigrazione o continuare a farsi i fatti loro? Noi smettiamo di fare loro da salvadanaio. Vorrei farvi capire quanto sia importante il passaggio di questo referendum, quelli che dicono 'no' non ci forniscono un'idea alternativa, una visione strategica diversa”.

“è preparato lei, bene, bravo! lascia o raddoppia?”

Chiedetemi pure tutto, sono un jukebox, ormai sono preparatissimo”: quell'ormai del premier è un lapsus rivelatore. Perché approfondire l'oggetto della materia costituzionale, ovvero le “motivazioni di merito”, se lo stesso estensore politico della riforma si è preparato solamente nel corso della campagna elettorale? Perché dover distinguere Matteo Renzi dai contenuti della riforma che nemmeno lui conosceva, se essi sono strumentali al solo perseguimento dei suoi obiettivi? “Non ho bisogno di aggiungere una riga al curriculum vitae – sostiene sicuro di sé il segretario dem – non mi interessa tirare a campare, non sono quello bono a vivacchiare – e mostra i risultati dei mille giorni di governo. “L'Italia è il paese più bello del mondo e vedo dei segnali. In cabina la scelta non è tra sì o no, ma tra sì o mai. Se vince il sì, guiderà il cambiamento europeo; un no è un no, tornano quelli di prima. Dubito ci sia qualcuno qui dentro che non colga la drammaticità di questa sfida. Se i cittadini dovessero dire di no, sarà un gigantesco salvacondotto per sempre, una benedizione per un'intera generazione di politici. Basta che vi sia questa consapevolezza”.

Compagni fidati

Renzi è convinto di vincere perché si fida dei suoi compagni: “La cosa fondamentale non è fare gol, ma squadra: se ci credete questa partita la vincete voi”. Il video di chiusura è una scena tratta dal filmIl mio amico Eric di Ken Loach su Éric Cantona, secondo cui il momento più bello della vita non è stato un gol, ma un passaggio. Il premier ripete la sua frase: “Devi fidarti dei tuoi compagni, in ogni caso”. Parte la musica dalle casse, la moltitudine esce dalla blindatissima Leopolda trovandosi difronte ai (pochi) contestatori, “siete dei burattini, vi pagano con i voucher?” “Oh Renzi vattene a fanculo, oh vattene, te ne devi anda'!” “Il nostro no lo trovi nelle strade, il 4 dicembre il tuo governo cade”. Anche per Matteo Renzi il referendum non è sulla Costituzione; altro non è che l'ennesimo metro di misura del suo audience. "E se dovesse perdere – dice un tale all'uscita – quel 40% sarà comunque tutto suo".

Werbung
Werbung