Uncut Gems
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Kultur | Vertigo

Non è un’altra menata post-Oscar

Evviva Parasite, evviva Tarantino. Ma evviva pure Honeyland, che nessuno si è filato. Obbligatorio vedere Uncut Gems, Judy se non avete di meglio da fare.

 Uncut Gems

Con gli Oscar - edizione “giustizia divina” (la tragicommedia Parasite, gente, che è solo l’ultimo dei capolavori di Bong Joon-ho) - alle spalle, lasciamo per un attimo gli scintillanti lidi dell’Academy per farci un giretto nella melma. Nella bellezza sbagliata, sbilenca, di una New York impietosa, quella di Uncut Gems (Diamanti grezzi) diretto dai fratelli JoshBenny Safdie. C’è un gioielliere ebreo di Manhattan, Howard Ratner, col vizietto delle scommesse sportive, indebitato fino al collo, che annaspa fra un matrimonio in declino e un’amante infedele, alla ricerca del colpaccio della vita. Un opale nero fatto arrivare dall’Etiopia potrebbe liberare il nostro (anti)eroe dalla morsa dei creditori e svoltargli l’esistenza, ma questa non è Rai Yoyo. Il film - reperibile su Netflix - si apre con un incidente in una cava mineraria africana per poi staccare (in modo del tutto coerente) sul canale rettale di Howard che sta affrontando una colonscopia in uno studio medico. Da quel momento in poi il ticchettio della bomba a orologeria di questo thriller ansiogeno e adrenalinico vi si pianta in testa fino alla fine della via crucis del protagonista, Adam Sandler, un perdente sgraziato che ricorda l’Al Pacino dei tempi migliori. Non fate gli snob che il ragazzo aveva già dimostrato di saperci fare con The Meyerowitz stories di Noah Baumbach e Punch-Drunk Love (Ubriaco d’amore) di Paul Thomas Anderson. Vabbè, Anderson non sbaglia mai, ma questa è un’altra storia. 

 


 Honeyland

Se ve la giocavate alla Snai la puntata sul miglior documentario agli Oscar 2020 vincevate a mani basse. A portarsi a casa la statuetta è stato American Factory (Made in USA - Una fabbrica in Ohio) diretto da Steven Bognar e Julia Reichert e prodotto dalla Higher Ground Productions fondata dalla coppia Barack e Michelle Obama. Grazie a tutti gli altri per aver partecipato. In corsa c’era comunque un altro documentario, Medena zemja (Honeyland), candidato anche per il miglior Film internazionale (è la prima volta nella storia degli Oscar che una sola pellicola riceva queste due specifiche candidature), che il suo bollino verde speranza-che-ve-lo-andiate-a-recuperare se lo merita tutto. Il film nord-macedone, diretto da Tamara Kotevska e Ljubomir Stefanov, premiato al Sundance, parla di miele e di api e della loro probabile futura scomparsa, e più universalmente del rapporto con la natura e di come le risorse naturali vengono sfruttate. E basterebbe questo per convincervi a guardarlo. #teambees. La storia è quella di Hatidze, apicoltrice “vecchia scuola” di Bekirlija, zona montuosa della Macedonia del nord, che vive con la madre malata. A un certo punto a sconvolgere la sua vita arriva una chiassosa famiglia itinerante. Ci sono voluti tre anni e 400 ore di ripresa per finire il documentario che è girato in modo inconsueto, senza interviste, ma con il linguaggio del cinema di fiction tanto che in certi punti capita di chiedersi se la messa in scena non sia stata costruita ad arte. Ne esce un film struggente su un poetico microcosmo, con una sua peculiare ironia. Insomma, roba da vedere.
 


 Judy

Lo dico? Lo dico. Renée Zellweger a parte, il film di Rupert Goold, tratto dal testo teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, è un biopic standard, senza pretese, appollaiato sulla cima della superficie. Zellweger, al suo secondo premio Oscar dopo Cold Mountain (Ritorno a Cold Mountain), interpreta (ok, mima) Judy Garland, l’iconica Dorothy di The Wizard of Oz (Il Mago di Oz) e agnello sacrificale dell’industria cinematografica americana - in questo caso incarnata dalla MGM di Louis B. Mayer -, negli ultimi anni della sua vita, fra esaurimenti nervosi, fiumi di pillole e fragilità diffuse. Sa tanto di “operazione risarcimento postumo”, quelle cose che piacciono tanto a Hollywood e per cui è disposta a sbrodolare premi à gogo. Per questo film Zellweger finora ne ha vinti quindici. Ci siamo capiti.