Politik | Venerdì per il clima

Non una questione per giovani

Bruno Fracasso, organizzatore del primo “sciopero per il clima” in Italia, sul ruolo dei media, l’esempio di Greta Thunberg – e cosa chiedere alla politica ogni venerdì.
51607367_1057134557819815_8470552707537567744_n.jpg
Foto: Fridays For Future Pisa

La politica sinora non parlava dei cambiamenti climatici: che ora ne parli nei termini adeguati alla situazione è il grande obiettivo da raggiungere”. Il ventenne Bruno Fracasso, studente universitario nonché volontario del gruppo locale di Greenpeace a Pisa, è stato il primo in Italia a lanciare uno sciopero in difesa del clima, scendendo in piazza nei cosiddetti “Fridays for Future” (#FFF). Da novembre un gruppo di giovani (e non) si dà appuntamento il venerdì mattina in Piazza XX Settembre – di fronte a Palazzo Gambacorti, la sede del Comune di Pisa – per chiedere alle istituzioni locali di fare la propria parte. La stessa richiesta avanzata dagli oltre tremila studenti sudtirolesi che lo scorso venerdì sono sfilati per le strade di Bolzano, facendo “sentire la propria voce” affinché non resti inascoltata.

Salto.bz: Si aspettava, quando ha iniziato con i presidi del “venerdì per il clima”, che saremmo arrivati a manifestazioni importanti come quella di Bolzano? Anche a Pisa e in altre città italiane i #FFF hanno preso piede molto velocemente, in modo efficace e sorprendente.

Bruno Fracasso: Sinceramente non avevo nemmeno pensato al futuro, quando ho iniziato. Di sicuro non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, data la situazione che c’è in Italia: vedendo la scarsa sensibilità sul tema del clima, qualche mese fa, pensare di coinvolgere così tante città dopo appena due mesi era impensabile. Tutto quello che sta succedendo in Italia – come negli altri paesi, ma soprattutto in Italia – non me lo sarei aspettato. Per quanto riguarda Pisa, all’inizio non pensavo certo a un’evoluzione tale da arrivare a formare una specie di associazione. Ieri abbiamo fatto una prima riunione e i #FFF stanno assumendo sempre più i tratti di un’organizzazione. Non pensavo di raggiungere questo “traguardo” – anche se non abbiamo ancora ottenuto alcunché.

A dare il via agli scioperi è stata Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ogni venerdì non si reca a scuola per denunciare l'inerzia della politica sull'emergenza climatica. Un modello che ha avuto seguito, dando la spinta ad altri movimenti. Quanto è stato importante il suo esempio?

Tutti, in Italia e non solo, si rifanno a lei. Penso che il suo contributo sia enorme e abbia fatto partire una cosa veramente grandissima. Gran parte del merito è suo, quindi, e anche ieri parlando al Parlamento europeo ha dimostrato la sua determinazione – alimentata anche dalla sindrome che ha (Asperger, ndr), grazie alla quale ha un’ossessione per la risoluzione di questo problema globale. La personalità di Greta sta spingendo e ispirando tantissime persone. Poi, secondo me, è anche merito dei media: se non fosse stata seguita dai media, sin da settembre, e se la spinta non fosse stata data anche in Italia, la questione non sarebbe esplosa a tal punto.

Gran parte del merito è di Greta – per come è fatta – e di tutti i media che ne hanno parlato spingendo le persone a seguirla. Vedere una sedicenne che si muove, così come sentire il linguaggio che usa, sono entrambi fattori determinanti nella diffusione del messaggio.

Greta Thunberg si esprime in un linguaggio molto diretto, che forse mancava tra gli “addetti ai lavori” sul tema del cambiamento climatico. Da almeno trent’anni si parla dei rischi che corre l’umanità, ma la giovane Thunberg ha ostentato quest’urgenza: “La nostra casa è in fiamme – sul clima dovete andare nel panico” ha detto a Davos rivolgendosi alla politica e all’economia mondiali. Conta più un linguaggio nuovo, o il fatto che a usarlo sia una sedicenne coraggiosa?

Il linguaggio è importantissimo. Il problema è che sinora si è sempre parlato in termini scientifici del problema, parlando sempre di emissioni, di gas serra, in termini tecnici e scientifici. Molte persone pensavano fosse solo una questione per gente “esperta”, che studia tali fenomeni, e non per le persone comuni. Il fatto che una ragazzina come Greta, invece, si sia mossa e ne abbia parlato in termini semplici, ha contribuito molto a diffondere il messaggio e a farlo arrivare anche alla gente “comune”. Vedere una sedicenne muoversi spinge le persone ad ascoltarla, ma anche il suo porre la questione in termini di “bianco o nero” ha un notevole impatto sull’opinione pubblica.

Gli scioperi per il clima sono in larga parte promossi da coetanei di Greta, o comunque persone giovani. Da decenni c’è chi si impegna nella lotta ai cambiamenti climatici. Ora questa battaglia sta a cuore solo ai giovani? Solo loro riescono a “mobilitarsi per davvero”, a suonare la campanella d'allarme agli adulti?

Innanzitutto la cosa è stata spinta dei media, che la dipingono un po’ come vogliono. In Italia intervistano soprattutto ragazzi – anch’io, che sono giovane – e non le varie persone di una certa età, perché vogliono descrivere questo movimento come un movimento di ragazzi. Da quello che ho visto è stata un po’ “pilotata”, l’hanno spinta in questa direzione. Conosco personalmente un ragazzo di almeno una trentina d’anni (nel coordinamento italiano dei Fridays for Future) che ha co-organizzato gli scioperi in Belgio, solo per fare un esempio. Si mostrano i ragazzi, ma non sono solamente loro a mobilitarsi: dietro c’è tanta gente di una certa età che non viene mostrata dalle telecamere.

Vedere così tanti giovani in piazza è solo un effetto mediatico?

Chiaramente, se i ragazzi vedono altri ragazzi muoversi, si scatena un effetto a catena: ora è facile portare in piazza i ragazzi, perché vedono sui social gli altri manifestare e dicono “facciamolo pure noi”. L’esempio rappresentato dai ragazzi, e l’effetto che questo ha sui più giovani, indotti a pensare sia “figo” scendere in piazza, non è un fattore da sottovalutare. Ovviamente e per fortuna ci sono molti ragazzi coscienti, che non scendono in piazza solo seguendo l’esempio degli altri. Ma i grandi numeri sono stati raggiunti in questo modo. A me sta bene così, perché ha certamente più impatto un messaggio secondo cui “i giovani si sono scocciati nel vedere gli adulti che non agiscono e quindi scendono in piazza per il loro futuro”. Non è un problema “pilotare” in questo senso.

Greta Thunberg manifesta di fronte al Parlamento svedese, a Pisa manifestate davanti al municipio, a Bolzano sotto i palazzi della Giunta e del Consiglio provinciale. Si chiede alla politica di “fare qualcosa”. Ma cosa chiedete esattamente alla classe dirigente, dopo il fallimento dell’ultima conferenza per il clima in Polonia? Quale risposta gudichereste soddisfacente?

Occorre distinguere il piano locale da quello nazionale e internazionale. Fino a poco tempo fa ero informatissimo sugli aspetti “scientifici” dei cambiamenti climatici, diciamo la parte dei “problemi”: quella delle soluzioni, invece, la sto approfondendo solo ora. Perciò ammetto di essere inesperto. Tutti i movimenti dei #FFF a livello internazionale vogliono mantenere le richieste su un piano molto generico, non vogliono disperdere troppo le energie nel fare il lavoro dei tecnici, nel capire bene cosa fare. In altri paesi, per esempio in Svizzera, hanno sviluppato tre punti: decarbonizzazione entro il 2030, dichiarare lo stato di emergenza climatica, e dire la verità su come stanno le cose riguardo al clima. Già che se ne parli, e se ne parli nei termini che gli scienziati usano, cioè che è uno stato di emergenza e ci sono pochi anni, che la classe dirigente ne parli in questi termini sarebbe un grande risultato. Poi chiaramente bisogna che facciano capire qual’è la rotta da seguire per raggiungere l’obiettivo indicato dall’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr) ovvero dimezzare le emissioni entro il 2030, e azzerarle nel 2050. In Italia esiste un piano “energia e clima”, ma secondo Greenpeace privilegia molto il gas naturale: questo piano di azione non è molto aderente a quanto servirebbe vista la situazione esistente. Poi bisogna vedere pure le coperture finanziarie per tutte le azioni previste, non è detto che ci siano. Ma qui si entra in un campo che non sono in grado di maneggiare.

Greta e tutti i ragazzi che stanno scioperando chiedono di dire la verità: la classe dirigente dica chiaramente quali sono gli atti concreti che intende attuare per raggiungere gli obiettivi nella lotta al cambiamento climatico.

Come vi state organizzando in vista della grande mobilitazione internazionale del 15 marzo, il "Global strike for future"?

Per ora si vuole mantenere il coordinamento nazionale solo per decidere alcune cose comuni, come ad esempio che una città coinvolta deve fare i presidi la mattina, nella stessa fascia oraria, perché dev’essere uno sciopero e deve avere il medesimo impatto. Per il resto si lascia libertà a ogni città, non vogliamo far apparire le cose come calate dall’alto. Non sono state prese grosse decisioni riguardo il 15 marzo, ogni gruppo locale dei Fridays For Future decide cosa fare in autonomia. Oltre alla scelta dell’orario, abbiamo condiviso vari materiali. A Pisa abbiamo fatto una prima riunione ieri e stiamo sviluppando alcune idee, su come coinvolgere le scuole, la Consulta provinciale…

Com'è avvenuto a Bolzano.

Bolzano è un caso a sé. Appena nati, il primo giorno la pagina Instagram aveva novecento followewr, non so come abbiano fatto a raggiungere questi numeri in così poco tempo. Nessuna città italiana, nemmeno le più grandi come Roma, Milano e Torino che sono dentro da due mesi, è riuscita a fare tanto. Grandissimi.