Politik | L'intervista

“Dovrebbero darci una medaglia”

Bassamba Diaby, operaio della Solland, sulla levata di scudi di Rösch e Kompatscher, il destino della fabbrica e la questione sicurezza: “Allarmismo che sa di malafede”.
Bassamba Diaby
Foto: Dante Farricella

È una “ora x” perpetua quella che scatta per la Solland Silicon di Sinigo, un giorno apparentemente fuori dai guai e quello successivo di nuovo paralizzata nel limbo dell’incertezza. Da una parte la Provincia e il Comune di Merano, accusati dal Movimento 5 stelle di fare propaganda elettorale, auspicano la dismissione dell’impianto; dall’altro gli imprenditori del Qatar che si sono aggiudicati l’ex fabbrica specializzata nella produzione di silicio versando una prima tranche di 500mila euro e che adesso, scaduti i termini per il pagamento, hanno chiesto una proroga per saldare i 4,5 milioni di euro rimasti per effettuare il passaggio di proprietà. Nel mezzo i lavoratori.

A sbrogliare la situazione sarà la giudice del Tribunale di Bolzano, Federica Bortolotti, che sull’esito dell’aggiudicazione dovrebbe decidere entro la fine di questa settimana. “Sono convinto che il magistrato deciderà in autonomia e senza alcuna influenza esterna”, dichiara Stefano Parrichini, il sindacalista della Filctem-Cgil che da tempo segue il caso, “la sensazione che abbiamo avuto è che il gruppo del Qatar avesse intenzioni serie, hanno promesso anche assunzioni e investimenti, ora alle parole devono seguire i fatti”. 

Una speranza a cui resta fermamente aggrappato anche Bassamba Diaby, operaio specializzato della Solland dall’aprile del 2010 e che, dopo l’interruzione della produzione, è diventato uno degli addetti alla manutenzione e alla sicurezza degli impianti. Bassamba, originario del Senegal, una laurea in geologia ottenuta nel proprio paese e un diploma di ragioneria a Bolzano, vive da vent’anni a Merano insieme alla sua famiglia che con lui ha vissuto il calvario professionale.

 

salto.bz: Diaby, sembrava cosa fatta quando gli imprenditori arabi si sono presentati con l’intenzione di acquistare lo stabilimento di Sinigo, ora un nuovo stop. Ci crede ancora al lieto fine?

Bassamba Diaby: Voglio crederci. Ma certo per noi lavoratori non c’è pace, pare che il destino si stia accanendo contro di noi. Dopo 6 aste andate fallite, e sono convinto anche per lo “zampino” che ci ha messo la Provincia con il vincolo degli oltre 150milioni di euro messi sul piatto per accollarsi la bonifica del terreno e la dismissione della fabbrica, questa sembrava davvero la volta buona. Per far ripartire un’azienda ferma da più di 8 anni ci vogliono più di 5 milioni di euro, ma noi operai restiamo fiduciosi, pensiamo che il gruppo di imprenditori del Qatar sia in buona fede.

Cosa ve lo fa pensare?

Non credo siano così stolti da buttare 500mila euro al vento. Hanno dimostrato il loro interesse, vanno e vengono dal loro paese e stanno cercando di trovare una quadra insieme alla Provincia e al Comune. 

Credo che nessuno sia così stupido da andare a lavorare in un luogo dove sa che può lasciarci la pelle. Molti operai hanno la famiglia a Sinigo, alcuni addirittura vivono vicino alla fabbrica, se ci fosse un rischio la prima cosa che farebbero sarebbe spostarsi in un luogo sicuro, eppure sono ancora tutti lì. Perciò nessuno mi venga a parlare di sicurezza.

Il sindaco di Merano Paul Rösch, però, teme che i nuovi acquirenti stiano facendo lo stesso gioco del precedente proprietario della Solland, l’imprenditore irpino Massimo Pugliese, che non ha tenuto fede alle promesse fatte per salvare all’epoca la fabbrica.

Chiariamo una cosa: questo caso non ha nulla a che vedere con quello di Pugliese, lui non versò nulla a parte la cauzione di 2.500 euro per la srl della Solland Silicon. 

Esiste un rischio per la sicurezza, come denuncia Rösch?

Guardi, io credo che nessuno sia così stupido da andare a lavorare in un luogo dove sa che può lasciarci la pelle. Molti operai hanno la famiglia a Sinigo, alcuni addirittura vivono vicino alla fabbrica, se ci fosse un rischio la prima cosa che farebbero sarebbe spostarsi in un luogo sicuro, eppure sono ancora tutti lì. Perciò nessuno mi venga a parlare di sicurezza. Tutto è computerizzato e c’è un operaio che ogni 30 minuti è sul campo a controllare. Sono venuto in Italia che ero molto giovane, per cercare fortuna, sono anni che praticamente vivo dentro quella fabbrica. Ci sono ispezioni mensili da parte della Provincia, meno di un mese fa l’ultima per controllare la sicurezza, se i tecnici continuano a dare il benestare è evidente che la sicurezza è garantita. E c’è un’altra cosa di cui io credo che la cittadinanza non sia al corrente.

Ossia?

Nella Solland abbiamo una produzione a circuito chiuso. Tutti gli scarti dei reattori vengono recuperati, ritrattati e rimessi in “moto”. Nulla finisce nelle falde, o nel terreno, nell’ambiente non gettiamo nulla. L’unica cosa che si disperde nell’aria è il vapore del metano che esce dalle caldaie. Questo allarmismo, da parte delle istituzioni, sembra fatto in malafede. Abbiamo chiesto più volte al sindaco Rösch di venire a vedere lo stabilimento, la produzione, le porte sono aperte, ma non ha mai accettato l’invito.

Sta dicendo che si tratta solo di un caso politico?

Non so quali siano gli interessi dietro tutta questa storia, ma so che noi operai dovremmo ricevere una medaglia per il servizio reso alla cittadinanza, sono 8 anni che viviamo questo stress, un vero e proprio trauma. Almeno un ringraziamento da parte delle istituzioni ce lo aspettavamo.

Ora siamo sotto i riflettori e tutti fanno promesse, ma cosa succede quando si spengono e l’azienda che ci ha assunto ci dà il ben servito dopo 3 mesi?

Che anni sono stati questi per lei?

Un periodo molto difficile, e le dico la verità, non mi sarei mai aspettato che una cosa del genere potesse accadere in una terra ricca e prosperosa come l’Alto Adige. Tutto è iniziato con Pugliese, alternavamo lavoro alla cassa integrazione, nella fase più buia siamo rimasti anche 8 mesi senza paga e molti di noi già dal secondo, terzo mese arrancavano. Certo, abbiamo cercato di arrangiarci in qualche modo ma non potevamo fare altri lavori perché obbligati per contratto a rimanere in azienda. Per questo, ma anche per senso del dovere nei confronti dei cittadini e delle nostre stesse famiglie, siamo andati avanti, senza poter portare un centesimo a casa, e a qualcuno questo è costato anche il matrimonio. Penso che siamo una specie rara in Alto Adige, nessuno accetta di lavorare gratis per 8 mesi, noi eravamo obbligati a farlo, e mentre gli altri dormivano tranquilli nel loro letto, noi eravamo in fabbrica, il sabato, la domenica, giorno e notte, a mantenere l’impianto in sicurezza. E ai tempi di Pugliese non era come oggi, c’erano più di 800 tonnellate di materiale pericoloso all’interno della struttura. Poi sono arrivati i debiti, le lettere dalle società di riscossione, ma quella solidarietà nei confronti dei lavoratori di cui tanto si parla non si è vista né da parte del Comune né della Provincia. Nessuno si è mai interessato a noi dal punto di vista umano, si è sempre parlato solo di interessi, terreni e sicurezza. 

Ora il presidente Kompatscher promette che sarete ricollocati, qualora l’affare degli imprenditori stranieri dovesse saltare…

D’accordo, ma cos’è che ci propone in concreto? È vero che il lavoro c’è in Alto Adige ma finora la prospettiva consisteva in contratti part-time, a tempo determinato, e alcuni operai hanno acceso mutui, ci sono padri e madri di famiglia preoccupati. Ora siamo sotto i riflettori e tutti fanno promesse, ma cosa succede quando si spengono e l’azienda che ci ha assunto ci dà il ben servito dopo 3 mesi? La Provincia vuole forse la fila davanti ai servizi sociali? Siamo quasi tutti over 45 e sappiamo quanto sia difficile ricollocarsi a quest’età. C’è gente che è entrata nella Solland a 20 anni e che oggi ne ha 50, tutti profili altamente qualificati ma per quello specifico impianto, sono persone che hanno passato la loro vita lì dentro e sanno fare solo quel mestiere. Ricostruire tutto daccapo sarebbe davvero molto, molto dura. La Provincia deve valutare caso per caso, non chiediamo regali ma almeno sul debito dei lavoratori che per 8 anni hanno “tenuto la posizione”, malgrado tutto, il governatore dovrebbe intervenire. Fare finta di niente sarebbe una pugnalata al cuore per chi ha dato tutto in questi anni.

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Manfred Gasser So., 26.05.2019 - 20:57

Wir sprechen hier von 80 Arbeitsplätzen einer insolventen Fabrik, die uns Steuerzahler schon zig Millionen gekostet hat. Alleine das sollte doch ausreichen den Kasten endgültig zuzusperren, vom Gefahrenpotenzial mal ganz abgesehen.

So., 26.05.2019 - 20:57 Permalink