Gesellschaft | Discriminazione

La piramide dell’odio

Perché è fondamentale rendere visibili i reati generati dall’odio
Discriminazione
Foto: Pixabay

Sempre più frequenti nel discorso pubblico sono i termini “reati d’odio” e “discorsi d’odio”; o, in inglese, hate crime e hate speech. Con “reati generati dall’odio” si intendono quei reati motivati da un pregiudizio nei confronti della vittima in ragione di una sua caratteristica: ad esempio, la religione o il sesso. Si può trattare di un qualsiasi crimine, ma spesso consisterà in minacce, danni alla proprietà, aggressioni fisiche o anche lesioni o omicidi. A distinguerli dalle fattispecie “normali” è l’intento discriminatorio. Il concetto di “discorsi di incitamento all’odio” è più dibattuto; di regola ci si vuole riferire a dichiarazioni pubbliche che diffondano, istighino o giustifichino l’odio, la discriminazione o l’ostilità verso un gruppo specifico.

Bersaglio delle azioni sono, in tanti casi, donne, esponenti religiosi, persone d’origine straniera, appartenenti a minoranze, persone LGBTI (lesbiche-gay-bisessuali-trans-intersessuali) o con disabilità.

 

Rendere visibile l’intento discriminatorio

 

Il codice penale italiano non contiene espressamente né il termine “reati d’odio”, né quello di “discorsi d’odio”: si tratta di categorie usate nel discorso scientifico, e sempre più anche nel dibattito pubblico. Categorie importanti, perché le statistiche rileverebbero altrimenti i reati singolarmente, senza riconoscere che una certa fetta di questi sono accomunati da un filo rosso. Delle minacce e lesioni giunte in un certo anno all’attenzione della Procura, i moventi saranno diversi: una volta un diverbio tra vicini, una volta un litigio allo stadio, un bisticcio tra colleghi di lavoro… in diverse occasioni, però, dietro il reato si celerà un intento discriminatorio verso un gruppo specifico e vulnerabile. Importanti attori nazionali ed europei (ad esempio l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali) chiedono di rendere visibile e identificabile tale filo rosso discriminatorio, perché per contrastare efficacemente questi fenomeni è fondamentale conoscerne la diffusione e le caratteristiche.

 

Perché un trattamento legale specifico

 

Rendere visibile i reati accomunati da un movente discriminatorio non è però sufficiente. A determinate condizioni, essi vengono puniti anche più severamente. Per quale motivo? Primo, perché queste azioni vanno a incidere su gruppi sociali già più vulnerabili, o vertono su caratteristiche particolarmente importanti per la società. Il principio di uguaglianza, riconosciuto in Italia dall’art. 3 della Costituzione, impone di trattare in maniera uguale le situazioni uguali e diversamente situazioni tra loro diverse. Una cosa è un diverbio tra automobilisti a seguito di un posteggio effettuato male, un’altra una minaccia rivolta a un appartenente a una minoranza religiosa e motivata da ragioni d’odio per la sua fede. 

Secondo: un reato motivato dall’odio non colpisce soltanto gli individui direttamente coinvolti. Esso si ripercuote sull’intero gruppo di appartenenza della vittima (nell’esempio, la comunità religiosa), generando paura ed emarginazione. La situazione rende il gruppo ancora più vulnerabile, il che a sua volta favorisce ulteriori attacchi. Colpisce, di conseguenza, la società intera, dividendola al suo interno.

Terzo, perché forte è il rischio di escalation. Se una parte della società accetta la discriminazione contro i gruppi sensibili, tale “normalizzazione dell’odio” asseconderà il diffondersi dei crimini motivati da intolleranza. Basta poco per ciò. Secondo l’Osservatorio anti-discriminazione del Ministero degli interni, basta già non contrastare comportamenti discriminatori a bassa soglia, perché magari interpretati come “battute”, “scherzi” o “bagatelle”. C’è un’immagine che raffigura bene questo fenomeno: la piramide dell’odio. Atteggiamenti minori diffusi nella società (ad es., accettare gli stereotipi o cercare capri espiatori) agevolano comportamenti discriminatori verso le categorie coinvolte, come insulti o ingiuste esclusioni. Dopodiché verranno tollerate discriminazioni sempre più evidenti, fino a che, a un certo punto, qualcuno passerà dagli attacchi verbali a quelli fisici: atti di violenza, lesioni e omicidi.

 

Un fenomeno in crescita

 

Secondo quanto rilevato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), i reati d’odio sono in costante aumento in Italia, avendo raddoppiato il loro numero in cinque anni (da ca. 550 nel 2015 a oltre 1.100 nel 2019). Allo stesso tempo, recenti indagini dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali sull’antisemitismo, sulle discriminazioni contro le persone LGBTI e le minoranze etniche e il razzismo hanno tratteggiato un quadro piuttosto fosco per l’Italia e per altri Paesi europei. A fine 2019 in Parlamento è stata così istituita una Commissione straordinaria su questi temi. A proporla è stata la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e ripetutamente oggetto di minacce e attacchi verbali. Sempre nel 2019 è stata adottata la legge c.d. “Codice rosso” per tutelare maggiormente coloro, in particolare donne e soggetti vulnerabili, che subiscono violenza domestica o di genere.

Dopodiché, solo una minima parte dei reati d’odio trova riscontro nelle statistiche. Per vari motivi: la reticenza delle vittime a denunciare, la paura di ritorsioni, un quadro territoriale di tutela non sempre adeguato, ma anche in conseguenza di un generale clima socio-culturale spesso di poco sostegno per le vittime.

 

L’incidenza di internet

 

Anche se non si tratta di fenomeni nuovi, la diffusione di internet li ha resi ancora più facili: si può incitare alla violenza, oppure minacciare, protetti dall’anonimato che la rete pare offrire, dando sfogo a pulsioni negative normalmente trattenute. Si pensi, fra i tanti esempi, agli insulti recentemente subiti da Brigitte Foppa, consigliera provinciale dei Verdi. Queste dichiarazioni, poi, si diffondono con rapidità, in particolare tra coloro che già presentano opinioni simili. Gli algoritmi che governano social media e motori di ricerca studiano infatti gli interessi degli utenti, per poi mostrare loro informazioni e opinioni corrispondenti. Questo rafforza ulteriormente le convinzioni originarie delle persone, che non vengono messe in discussione tramite l’esposizione a visioni diverse o l’incontro con chi vive e pensa diversamente. Di conseguenza, i pregiudizi vengono alimentati, gli stereotipi consolidati, e la società gradualmente scomposta in segmenti che poco comunicano tra loro.

 

Una doppia risposta

 

Per far fronte a questa situazione, in particolare a partire dagli anni Novanta l’Italia ha introdotto degli appositi reati di contrasto alla discriminazione che verta su motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi. Proprio in questi mesi il Senato sta analizzando un ampliamento degli stessi, già approvato dalla Camera, per reprimere pure i reati motivati da motivi di discriminazione vertenti sul sesso, il genere, l’orientamento sessuale e la disabilità. Accanto a questa risposta di carattere penale, serve tuttavia anche l’impegno di ognuno. La piramide dell’odio mostra che sono i tanti piccoli comportamenti discriminatori diffusi nella società a creare l’humus culturale in cui episodi più gravi prendono piede. Ogni persona può contribuire a creare un ambiente che sia per tutti più sicuro e accogliente. Prestare attenzione alle proprie parole, evitare certe battute, mettere in discussione i pregiudizi: basta poco.