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Cambiamenti

I diritti scomparsi

La rimozione dei diritti materiali dal dibattito pubblico è il sintomo di un’egemonia culturale. Un appello alle sinistre radicali.
Kolumne von
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Gianluca Battistel29.06.2018
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È curioso osservare come in qualunque dibattito sull’inviolabilità dei diritti umani nessuno faccia mai riferimento agli articoli 23 e 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che affermano rispettivamente il “diritto al lavoro” di ogni individuo, alla “protezione contro la disoccupazione”, a una “remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale” (articolo 23) così come il “diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari” nonché il “diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà” (articolo 25). In nessun passaggio della Dichiarazione si fa riferimento a una gerarchia valoriale che conferisca maggiore o minore importanza ad alcuni diritti rispetto ad altri. Al contrario, l’articolo 2 stabilisce che “ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.”

 Morto il socialismo reale, i sacerdoti del liberismo hanno imposto indisturbati il loro credo.

Il testo non potrebbe essere più esplicito. Eppure, quando giornalisti e commentatori e politici evocano i diritti umani lo fanno come se i cosiddetti diritti materiali non ne fossero parte integrante. La negazione della libertà di opinione o la discriminazione razziale o etnica o religiosa sono universalmente riconosciute come intollerabili violazioni della Dichiarazione universale, mentre la disoccupazione e la miseria e la fame sono ridotte a fenomeni deplorevoli riconducibili a generici squilibri macroeconomici superabili, a seconda dell’orientamento politico, mediante la piena integrazione dei paesi in via di sviluppo nel mercato globale o attraverso non meglio specificate misure di sostegno ai paesi più poveri. Come se un miliardo di persone sotto la soglia di povertà non rappresentassero una violazione di proporzioni apocalittiche di diritti inalienabili, ma solo l’effetto collaterale di un modello di sviluppo inattaccabile nei suoi principi fondamentali, per quanto perfettibile nella sua applicazione. Come si spiega questa rimozione collettiva?

È indubbio che dalla caduta del Muro di Berlino e dall’implosione dei regimi del cosiddetto socialismo reale il liberismo, che si costituisce di dogmi e principi assoluti come qualunque altra ideologia, abbia imposto ovunque la propria egemonia. La persuasività dei moderni mezzi di comunicazione, tutti finanziati (o per proprietà diretta o mediante risorse pubblicitarie) da investitori privati, ha imposto, finanche nel senso comune, il libero mercato come unico modello di sviluppo possibile. Si può discutere della tassazione sulla prima casa o dell’IVA sui beni di consumo di prima necessità, mentre non si può discutere, se non passando per vetero-leninista, del superamento del libero mercato in sé e del modo di produzione basato sulla concorrenza. Morto il socialismo reale, i sacerdoti del liberismo hanno imposto indisturbati il loro credo.

Ma come si può allora considerare il lavoro un diritto? Un diritto non è subordinato alle dinamiche economiche, non è una merce che alcuni possono permettersi e altri no. Nessuno affermerebbe mai che la libertà di opinione o il diritto a non essere torturato dipendono dalla congiuntura economica, mentre si dà per scontato che l’accesso al lavoro, e con esso la possibilità di garantire a sé e alla propria famiglia condizioni materiali di vita dignitose, sia una variabile sottomessa alle circostanze oggettive create dal libero mercato. Oggettive, si badi bene, come si trattasse di un fenomeno naturale determinato da leggi fisiche universali e immodificabili.

Se c’è un’epoca che impone risposte radicali è proprio quella che stiamo vivendo.

La rimozione dei diritti materiali dal dibattito pubblico è quindi il sintomo di un’egemonia culturale, perfettamente funzionale sia a giustificare un tasso di disoccupazione strutturale nei paesi industrializzati, sia, e oggi più che mai, a giustificare l’esclusione dal diritto di asilo delle masse di diseredati in fuga dai paesi devastati proprio dal modello di sviluppo liberista. Si tratta di una rimozione collettiva sistemica e necessaria, perché l’alternativa equivarrebbe ad ammettere che il libero mercato è in sé incompatibile con i diritti umani, che la struttura portante della nostra civiltà è fondata sulla loro negazione.

La questione sociale, posta in questi termini, è rimasta sepolta per trent’anni sotto le macerie dei regimi fallimentari del blocco sovietico e delle sconfitte epocali subite dal movimento dei lavoratori negli anni successivi al loro crollo. Ma in un momento storico in cui le sinistre socialdemocratiche attraversano la peggiore crisi dal secondo dopoguerra, e soprattutto constatando che nemmeno il capitalismo se la passa tanto bene, le sinistre radicali o antagoniste, al momento ovunque relegate alla marginalità, farebbero bene a unirsi e a ricollocare la prospettiva di un superamento del modo di produzione fondato sul libero mercato al centro dell’agenda politica. Se c’è un’epoca che impone risposte radicali è proprio quella che stiamo vivendo.

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Caro Gianluca hai proprio ragione. Lo sanno tutti. Ma tutti si trincerano dietro l'impotenza di poter fare qualcosa. Ci vorrebbe una rivoluzione, con grande spargimento di sangue e grandi sofferenze. Da essa prenderebbe il via un nuovo tipo di società che poi un po' alla volta, si troverebbe nuovamente al punto di partenza (o di arrivo). "La proprietà è un furto", dicevano una volta i militanti di sinistra.

Libera finanza + economia liberale + libero mercato = Umanità consumatrice + Umanità schiava + Umanità scarto. Finché schiavi e scarti non troveranno unità per una lotta senza quartieri, non se ne uscirà. La società civile ancora benestante può fare da catalizzatore per la grande lotta del 21° secolo. Costruire collegamenti, trovare convergenze, studiare alternative possibili, magari non violente saranno l'impegno dei prossimi anni peri i militanti della Sinistra intesa come quello spazio della politica che prende in considerazione gli esseri umani come uguali all'interno di un ambiente democratico e naturale. Non una rivoluzione armata ma un cambio di paradigma - finanza, economia e mercato strumenti al servizio del benessere dell'Umanità.

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