Politica | senza dimora

Eccola, la nostra accoglienza

La politica del pacco postale e altre insostenibili retoriche per giustificare sgomberi e mala accoglienza. Come funziona davvero la bassa soglia a Bolzano (Parte 3).
Alimarket
Foto: Salto.bz

L’ultima tappa di questo viaggio riparte dal punto in cui si è interrotto l’ultima volta. Siamo all’ex Alimarket di Via Gobetti, nella parte in cui è stata adibita l’Emergenza freddo e il centro diurno, rivolto in particolar modo alle persone senza dimora presenti sul territorio di Bolzano. L’accesso, lo ricordiamo, assomigliava più a una corsa a ostacoli che a un vero servizio istituito in una fase definita emergenziale. L’attesa infinita, l'obbligo di un tampone molecolare al primo ingresso da eseguire in ospedale e appuntamenti che spesso non sono mai arrivati, nonostante il centro mezzo vuoto. Qualcosa nel frattempo è cambiato. Non si sa se per le denunce e le testimonianze raccolte sinora o se per un’improvvisa illuminazione da parte delle istituzioni che hanno imbastito il tutto, fatto sta che dal primo gennaio si è deciso che il tampone molecolare non è più necessario per il primo ingresso. Basterà, a condizione sempre di avere il Green pass, il tampone rapido eseguito in loco. Bene ma non benissimo, considerando che ci troviamo a metà di un percorso di “accoglienza a bassa soglia” iniziato ufficialmente lo scorso 15 novembre (solo sulla carta dal momento che durante i primi giorni d’apertura non era disponibile nemmeno la lista d’attesa in cui poter inserire le persone interessate a usufruire del servizio) e che, per adesso, la possibilità di testarsi al tampone all’ingresso della struttura è garantita per soli due giorni a settimana, sulla base della disponibilità del personale medico incaricato all’esecuzione dei test antigienici. A cambiare però sono anche le argomentazioni utilizzate per continuare a difendere la calorosa accoglienza Made in Bozen. 


“E allora Ortisei?”
 

Il focus è cambiato. Improvvisamente non si parla più di qualche ingrato che rifiuta la mano tesa delle istituzioni che forniscono generosamente un posto al caldo. Ora si parla di numero di letti, sparando cifre che raggiungono quota 700: questi sono i grandi numeri che il Comune di Bolzano offre, in percentuale lo 0,65% sull’intera popolazione residente pari a 107.470 persone. 
Quel numero, settecento, ormai ripetuto come un mantra non sono di per sé i servizi messi a disposizione dal Comune di Bolzano (nel caso del Dormizil, tenuto in considerazione nel conteggio, è finanziato da privati) ma tengono insieme tutto, ma proprio tutto e senza alcuna distinzione, l'esistente del territorio. Che tu sia donna, uomo, minore, che tu stia facendo un percorso di accoglienza, o sia nato e vissuto da sempre a Bolzano, che tu sia un lavoratore o un disoccupato  incapace di sostenere un affitto o trovare qualcuno disposto a farti un contratto. Non importa. Ora sei semplicemente quel qualcosa che galleggia nell’insipido calderone dei senza dimora e l’unica risposta che avrai, se l’avrai è questo oggi osannato posto letto.

Come non è pensabile di poter curare ogni patologia con del paracetamolo allo stesso modo non è sostenibile optare per precarie (e sempre più dispendiose) soluzioni tampone.

Le persone che si trovano in uno stato di marginalità, come già ricordato nelle puntate precedenti, hanno profili giuridici diversi, percorsi diversi e pertanto necessità, bisogni e, perchè no, desideri diversi. Come non è pensabile di poter curare ogni patologia con del paracetamolo allo stesso modo non è sostenibile optare per precarie (e sempre più dispendiose) soluzioni tampone. A sostenerlo non è salto.bz e nemmeno qualche attivista o volontario: è paradossalmente lo stesso Comune di Bolzano, che all’interno dell’ultima relazione della Referente per i richiedenti asilo e rifugiati sul territorio cittadino viene bocciata su tutta la linea la gestione istituzionale delle strutture adibite all’accoglienza (di competenza provinciale) e alla bassa soglia, così come la scure degli sgomberi i quali, si cita testualmente “non convincono le persone a cambiare città, ma le indeboliscono psicologicamente e fisicamente senza individuare soluzioni”.

 

In particolare, viene sottolineato che le grandi strutture cittadine "sono strutture non idonee a garantire un’accoglienza ordinaria, umana, dignitosa con rischi anche dal punto di vista sanitario e della sicurezza [...] . La gestione tramite grandi Centri collocati alla periferia della Città di Bolzano prevede per lo più un’accoglienza assistenziale basata su costi legati al vitto tramite catering, alla custodia e altri minimi servizi con grandi numeri e sovraffollamento. Confinare le persone nei grandi centri di accoglienza porta a creare ghetti in cui l’inclusione delle persone è molto difficile se non impossibile e provoca una perdita per tutta la comunità. Il costo gestionale dei richiedenti asilo collocati in appartamenti è inferiore a quello necessario per gestire un’unica grande struttura (vedi per es. ex Alimarket) soprattutto in un’ottica di risultati di inclusione. L’approccio emergenziale della gestione cittadina influenza negativamente la percezione sociale e culturale del fenomeno e crea disagi per i richiedenti asilo, soprattutto nelle inaccettabili strutture per famiglie con bambini, agli/alle operatori/trici e gestori, creando tensioni interne ed esterne, con necessità di inserire un servizio di vigilanza e controlli rafforzati, con ripercussioni sull’accettazione da parte della popolazione cittadina".

Eppure le alternative, sostenibili nel tempo e nello spazio non mancano, ma nonostante questo non vengono prese in considerazione

Recentemente, il Comune di Bolzano ha invece festeggiato l’accordo sulla finanza firmato dal presidente della Provincia, Arno Kompatscher che introduce una clausola per la quale tutte le comunità comprensoriali dovranno creare servizi per i senzatetto secondo la proporzione della popolazione residente al 31 dicembre 2020. In caso contrario dovrà contribuire alle spese dei Comuni (in gran parte finanziate dalla Provincia) che già lo fanno.
Ora, non risulta difficile comprendere perché un richiedente asilo senza mezzi economici e in attesa di una chiamata per entrare in un progetto di accoglienza, non attenderà in Val Venosta un appuntamento che andrà a svolgersi nel capoluogo, come non è difficile intuire che per chi a Bolzano è solo di passaggio (piaccia o non piaccia ma siamo un territorio di confine) e intende proseguire verso altri stati non potrà mai passare a Fiè allo Sciliar il tempo necessario per rimettersi in viaggio. 
La politica del “pacco postale” che ambisce a spostare a piacimento le persone alla stregua di oggetti non tiene conto delle esigenze delle stesse e difficilmente, al di là dei facili proclami, si potrà veramente considerare una soluzione.
Eppure le alternative, sostenibili nel tempo e nello spazio non mancano, ma nonostante questo non vengono prese in considerazione. Tra queste, il modello di accoglienza integrata diffusa del SAI (Sistema di accoglienza e integrazione), ex SPRAR/SIPROMI, riconosciuta a livello internazionale e finanziato al 95% dall’Unione Europea, che prevede una serie di servizi rafforzati e mirati alla persona. Rare ma vincenti sono state le esperienze sul territorio altoatesino, come quella attivata in sette comuni della Val Pusteria raccontata nel documentario di Paolo Vinati e della poetessa Roberta Dapunt.
Nonostante le stesse raccomandazioni della Referente comunale per i richiedenti asilo e rifugiati, la città di Bolzano non ha mai aderito alla rete e in tutto il territorio provinciale sono solo tre i progetti attivi.Nonostante l’assenza di progetti virtuosi e lungimiranti di accoglienza, altri comuni altoatesini sono comunque attivi nella gestione di richiedenti asilo e rifugiati. Quello che emerge dai dati di fine 2019 forniti dal Ministero dell’Interno è che il Comune di Bolzano, confrontato alle altre amministrazioni altoatesine che hanno attivato un qualche tipo di percorso di accoglienza, in proporzione al numero di residenti, accoglie meno persone di tutte.

 

“Una piccola prigione”
 

C’è una teoria perversa che aleggia spesso nell’aria, una sorta di Teorema di Ferradini applicato al welfare cittadino, quella per cui meno servizi e condizioni dignitose sai offrire e più sei in grado di ridurre il potere “attrattivo” nella tua città, facendo diminuire conseguentemente i poveri e i senzatetto, una teoria tuttavia costantemente smentita da qualsiasi statistica a portata di mano. Al contrario, il potere attrattivo di una città è dato dall’offerta lavoro, che nel caso di soggetti migranti si traduce in occupazioni precarie, pesanti e malpagate.
Per quanto riguarda i servizi offerti, le condizioni dei servizi emergenziali rivolti ai senza dimora sono state già ampiamente raccontate, oggi è il turno di mostrare quello che invece accade nell’altra ala dell’Ex Alimarket, un Centro di Accoglienza Straordinaria,  la cui gestione - di competenza provinciale e dai costi esorbitanti (a partire, lo ricordiamo, dall’affitto mensile, pari a 35 mila euro) - è ora affidata al comitato provinciale della Croce Rossa. 

 

Qui conosciamo P. ed è proprio lui uno dei primi a parlarci di quanto accade dall’altra parte di Via Gobetti, in quella struttura che non esita a definire una “piccola galera”. Controllano, controllano tutto, ci racconta. Perché a 20 anni deve essere trattato come un bambino, senza nessuna forma di autonomia? All’Alimarket non puoi cucinare, nemmeno quello che ti compri tu. Devi mangiare quanto stabilito, all’orario stabilito. Non puoi nemmeno lavarti autonomamente i vestiti, li devi consegnare e farteli restituire. Talvolta, prosegue, i vestiti spariscono e non si sa nemmeno a chi chiederne conto, altre volte te li ritrovi rovinati a causa di programmi di lavaggio inadatti, ride amaramente mostrando la giacca di lana infeltrita.

 

P. si trova all’Alimarket perché, come molti lì dentro, pur lavorando non riesce (e non gli viene permesso) di accedere al mercato degli affitti. Il suo è un lavoro “a chiamata” di quelli che ti contattano in caso di bisogno e ti pagano la giornata di lavoro. In realtà hanno bisogno molto spesso ma in questo modo il datore di lavoro può guadagnare, risparmiando sui diritti sindacali di P.


Nei giorni scorsi sulle pareti della sala comune è comparso un cartello: visti alcuni casi di Covid-19 tutti gli ospiti dovranno essere sottoposti a tampone molecolare e per farlo dovranno presentarsi all’appello oggi, 4 gennaio, alle ore 14.00 in punto. Chi non si presenterà verrà espulso dalla struttura.
P. , che nel frattempo non è sottoposto a quarantena e può uscire liberamente, come molti altri ospiti-lavoratori è combattuto: perché alle 14 e non la mattina presto, oppure la sera? Così non possono uscire per andare a lavorare e se non lavori niente paga. Non c’è mediazione: presentarsi oggi o non presentarsi mai più. “Non sono negazionista e so quanto è grave il problema del Covid-19 - ci tiene a mettere le mani avanti - ma mi chiedo il senso di tutto questo: vivo in una stanza minuscola senza finestre, che divido con tre persone in uno spazio condiviso con altre sessanta. È ovvio che in queste condizioni il virus può circolare facilmente ma perché ricattarci così? Perché tenerci così?”

 

 

Ricatto, è la parola che P. usa più spesso. Le persone, afferma, non parlano perché hanno paura, non vogliono finire per strada. Quando ti lamenti a volte ti senti rispondere che questa è l’Italia, quelle sono le regole. Nessuno ti obbliga a rimanere, puoi tornartene nel tuo paese se proprio non ti piace. E chi vuole violare le regole? Ha provato una volta a spiegare a una pattuglia che era stata chiamata sul posto. Ora non succede più, se non in rari casi, ma una volta, dice P., era più frequente ritrovarsi una visita di qualche gruppo di poliziotti o carabinieri che arrivavano sul posto al sorgere di tensioni. “Parliamo, spieghiamo, ma è come se non ci sentissero, parlano solo con Loro. Non ci ascoltano e se nessuno ci ascolta cosa ci porta a pensare che siano davvero interessati a noi?”

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Massimo Mollica Mar, 01/04/2022 - 17:55

Anche questa volta un importante e prezioso contributo. Onestamente però io ci intravvedo una contraddizione in termini. Il modello di accoglienza integrata diffusa del SAI dimostra non solo come sia possibile ma auspicabile gestire e aiutare concretamente gli esseri umani in difficoltà nelle piccole realtà di periferia. Anzi i numeri aiutano in questo senso. Se tutti i comuni attuassero tale comportamento si salverebbero tante vite. Quello che fu fatto in passato con la comunità albanese ha portato i suoi frutti. (quelli erano altri tempi). Poi ho il sospetto che il numero ufficiale di richiedenti asilo e rifugiati non corrisponda alla realtà nuda e cruda. Credo che vi siano numeri ben più importanti di tanti invisibili.
Ribadisco, e lo farò fino a quando avrò fiato per respirare che non si può pensare di compartizzare la gestione dei bisognosi per comune. Così come esiste una sorta di cogestione tra provincia e comuni per noi fortunati, altrettanto deve esserci una cabina di regia a livello provinciale tra tutte le realtà. E dev'essere istituzionalizzata. Deve diventare parte integrante della Comunità. Non può essere vista come una cosa estranea.

Due ultimi brevi appunti:
1) non mi interessa delle beghe politiche locali emerse in un'altro articolo, ma possibile che si debba usare Facebook per chiedere chiarimenti invece che confrontarsi direttamente e mettere in chiaro tutto? Possibile che si debba usare di fatto un bar online (perché Facebook di fatto è un bar 2.0)? possibile anche che il comune non metta in chiaro tutto, nel modo più trasparente possibile? una serie di pagien web con dati ufficiali e fatti?
2) sue 3 articoli qui su SALTO in merito a questo problema vi saranno stati meno di 10 commenti su più di 530.000 cittadini. Zero da parte di alcun rappresentate politico.

Mar, 01/04/2022 - 17:55 Collegamento permanente